In ginocchio per il suo boss, Scotto padrone dell'Arenella: "Anche il Santo mi aspetta"

Ruota tutta attorno al "padrino misterioso" l'operazione che all'alba di oggi ha assestato un duro colpo al clan della borgata marinara con otto arresti messi a segno dalla Dia. Quando venne scarcerato gli fu dedicata la processione. Sequestrato il White club, noto pub della zona

Gaetano Scotto dopo l'arresto di oggi

Ruota tutta attorno a Gaetano Scotto, il "padrino misterioso", l'operazione che all'alba di oggi ha assestato un duro colpo al clan mafioso dell'Arenella-Vergine Maria con otto arresti messi a segno dalla Dia. Il giudice ha accolto la richiesta avanzata dalla Procura Distrettuale di Palermo. Quattro dei provvedimenti eseguiti oggi riguardano esponenti della famiglia Scotto: i tre fratelli Gaetano, Pietro e Francesco Paolo, quest'ultimo finito in manette come il figlio Antonino.

L'uscita degli arrestati dal centro operativo Dia | Video

Colpo al clan dell'Arenella, 8 arresti

Gaetano Scotto - definito boss misterioso perché indicato dai pentiti come il trait d’union tra Cosa nostra e i servizi segreti - di recente è stato destinatario di un “avviso di conclusione indagini”, in quanto oggetto di investigazioni, svolte sempre dalla Dia di Palermo in un altro procedimento relativo all’identificazione dei mandanti e degli esecutori materiali del duplice omicidio dell’agente Antonino Agostino e della moglie Giovanna Ida Castelluccio avvenuto nel 1989 a Villagrazia di Carini. "C'è un errore, vi state sbagliando. Io sono un costruttore. Avrò fatto al massimo qualche abuso. Vi sbagliate". Non ha nascosto la sua sorpresa, all'alba di oggi, Scotto, quando gli uomini della Dia di Palermo, guidati dal colonnello Antonio Amoroso, hanno fatto irruzione nel suo appartamento dell'Arenella, per mettergli le manette ai polsi. Scotto, che era stato scarcerato nel gennaio 2016, era convinto che ci fosse "un errore" e pensava che quella di oggi fosse solo "una perquisizione", come dicono gli investigatori che sono andati ad arrestarlo. Era solo, nel suo appartamento.

"Fin dai primi elementi raccolti - spiegano dalla Dia - è stato possibile constatare che Gaetano Scotto subito dopo l’uscita dal carcere avesse ripreso la guida della famiglia mafiosa dell’Arenella, capeggiato dai fratelli Madonia. Le attività tecniche di ascolto, corroborate da servizi di osservazione sul territorio, hanno consentito di ricostruire, nonostante tutte le cautele e le accortezze messe in atto da Scotto, la complessa ed articolata rete di relazioni del boss 68enne". Insomma, c'era stato un progressivo e cauto reinserimento di Scotto nel suo quartiere già all’indomani della scarcerazione, con il pieno recupero del suo ruolo e della sua autorità all’interno di Cosa nostra. 

I nomi degli arrestati

"Scotto ha dimostrato di essere il referente per la risoluzione di ogni tipo di problema che gli prospettavano gli abitanti del quartiere - dicono dalla Dia - aveva il pieno controllo delle attività economiche che lì vengono esercitate, organizzando e coordinando le attività estorsive, mantenendo rapporti con esponenti di altre famiglie mafiose e sostenendo i parenti dei detenuti. Inoltre aveva l’abitudine di dare risposte o impartire ordini in maniera "itinerante": evitando quindi ogni luogo al chiuso e camminando lungo le strade del quartiere, approfittando di incontri fugaci ed occasionali per impartire le proprie direttive senza mai nominare l’interlocutore e pronunciando le parole strettamente necessarie per dare un assenso (ad esempio all’apertura di un’attività commerciale) oppure un diniego".

"Io capomandamento? Ma sono pazzi?"

Nel corso delle indagini è emerso così il ruolo carismatico di Gaetano Scotto, il quale ha dimostrato (come peraltro gli era stato riconosciuto anche da altri uomini d’onore appartenenti ad altri mandamenti palermitani) di saper gestire il ruolo e la sua influenza territoriale "sconfinando" al di fuori delle ordinarie dinamiche di Cosa nostra, evitando quindi incontri, riunioni ed altre relazioni "passibili" di sovraesposizione. In particolare, sono state documentate proposte per investirlo di alte cariche di vertice più prestigiose all’interno dell’organizzazione, in realtà sempre declinate da Scotto, ancora in attesa di chiarire le proprie vicende giudiziarie pendenti. In un'intercettazone è stato sorpreso mentre diceva: "…Mi hanno chiesto di fare il capo mandamento …ma sono pazzi! Io devo ringraziare il Signore di essere uscito ...non se ne parla proprio…!".

C'è la processione, boss sul peschereccio con la fidanzata 

Attraverso un’oculata e sagace gestione della “propria famiglia di appartenenza”, Scotto è tornato ad occupare quel ruolo di vertice in realtà mai abbandonato negli anni, perché era stato gestito in sua assenza, sia dai fratelli Francesco Paolo e Pietro, sia da altri uomini d’onore, sempre fedeli a lui, che hanno retto il sodalizio mafioso durante la sua assenza. 

Dia-11Un quartiere in festa gli dedicò la processione

Gaetano Scotto è stato detenuto a Rebibbia e venne scarcerato il 21 gennaio 2016. "Al suo rientro all’Arenella ha trovato un intero quartiere ad attenderlo - hanno detto dalla Dia -. Un quartiere che gli ha mostrato devozione e di rispetto, documentati, ad esempio, nel corso della festa di Sant’Antonio, patrono della borgata marinara dell’Arenella, che si è tenuta il 13 giugno, pochi mesi dopo la sua scarcerazione. Nel corso di un colloquio telefonico con la fidanzata di allora, Giuseppina Marceca, Scotto ha interrotto la conversazione affermando che lo avevano avvisato che per fare passare il Santo 'aspettassero lui'. Come se non bastasse, i due fidanzati sono saliti su un peschereccio, a bordo del quale è stata posizionata la 'vara del Santo' per essere trasportata via mare secondo le regole della processione che, peraltro, vietano in maniera categorica che sull’imbarcazione possano salire persone diverse dal sacerdote che officia la funzione e dalla banda musicale". 

"Tutti sono contenti di me..."

Scotto era certo di essere rispettato nella sua borgata anche per la conduzione della famiglia mafiosa, secondo la percezione degli abitanti del posto “gestita in maniera oculata ed equilibrata”. Sempre alla Marceca, infatti, Scotto confidò come tutti fossero contenti del suo modo di agire: "…Tutti sono contenti - disse in un'intercettazione - perché io vengo nel giusto…”, lasciando intendere che tutti coloro che pagano il pizzo, lo fanno come una sorta di atto dovuto nei suoi confronti, dal momento che non approfitta delle condizioni economiche, magari disagiate, degli esercenti delle attività commerciali. E infatti Scotto non ha mai avuto bisogno di avvalersi delle tipiche tecniche intimidatorie di natura estorsiva, limitandosi solamente a ricevere quello che i commercianti, per il solo rispetto del potere derivantegli dal rango rivestito, erano disposti a versare a titolo di “pizzo”.

Scotto, boss dei due mondi

L’attività investigativa svolta dalla Dia ha consentito di provare la posizione direttiva in ambito criminale di Scotto attraverso i suoi rapporti con alcuni mafiosi italo-americani, rappresentanti delle più potenti famiglie di cosa nostra d’Oltreoceano, già oggetto di indagini da parte dell'Fbi. In uno degli incontri con Leonardo Lo Verde, quest'ultimo ha riconosciuto la scaltrezza e l’abilità con le quali Scotto si era defilato, allontanando da sé ogni attenzione investigativa, e definendo entrambi “mafiosi di rango superiore”. 

Sequestrato il White

Le indagini della Dia hanno permesso di evidenziare, inoltre, un importante spaccato sulla gestione delle concessioni e sul controllo di alcune attività imprenditoriali nel corso degli anni da parte della famiglia dell’Arenella, in grado di “autorizzare ed indirizzare” l’apertura di imprese commerciali e la gestione del commercio ambulante. La Dia - nell'ambito dell'operazione - ha proceduto al sequestro preventivo del White club, un pub alla moda che si trova all'Arenella, in via cardinale Guglielmo Massaia, cioè all’interno del rimessaggio “Marina Arenella” di Palermo. Scotto in un'intercettazione aveva rivelato di aver messo il nipote al White dicendosi però "pentito per come girava il locale".

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"Il carisma di cui godeva Scotto all’interno di Cosa nostra palermitana - hanno concluso dalla Dia - lo hanno portato a essere influente nei riguardi di altre famiglie mafiose, anche se appartenenti a mandamenti diversi. Le indagini svolte, infatti, hanno permesso di evidenziare gli stretti rapporti intrattenuti con altri uomini d’onore".

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