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Martedì, 18 Giugno 2024
Mafia Tribunali-Castellammare

La Cassazione dà ragione al boss della Kalsa Gino "u mitra": presto potrebbe tornare libero

Luigi Abbate ha passato buona parte della sua vita in cella, dove è entrato l'ultima volta nel 2011 per scontare pesanti condanne. Dal 2018 ha portato avanti una lunga battaglia per vedersi riconosciuta la continuazione tra le pene inflitte non solo per mafia ma anche per estorsione. E ora l'ha vinta. La decisione potrebbe servire ad altri detenuti

Dopo una sfilza di condanne per mafia ed estorsione, nel 2018 ha deciso di avviare una complessa battaglia giudiziaria perché la sua pena finale - che arriva ad oltre 37 anni di carcere - fosse riconteggiata con il riconoscimento della continuazione tra le varie sentenze e con un unico scopo: tornare libero. Il boss della Kalsa Luigi Abbate, 65 anni, soprannominato "u mitra" per la sua dimestichezza nel maneggiare le armi, adesso, dopo 5 anni, ha avuto ragione dalla Cassazione: per lui molto presto potrebbero quindi aprirsi le porte della cella.

Il mafioso, difeso dall'avvocato Maurizio Savarese, è stato arrestato per l'ultima volta il 12 luglio del 2011 e da allora non ha mai più messo il naso fuori. L'ultima condanna inflitta per mafia è di 16 anni e dovrebbe quindi finire nel 2027. Una pena ottenuta proprio grazie alla continuazione tra le tre condanne per 416 bis che ha rimediato tra il 1996 e il 2015, rispettivamente a 5 anni, 13 anni e mezzo e 19 anni.

Ma il boss è stato condannato anche per una serie di reati fine, tipici di Cosa nostra, come l'estorsione, e in questi casi, invece, i giudici si sono sempre rifiutati di applicare lo stesso istituto, facendo più che raddoppiare la sua pena. Ed è su questo punto che l'avvocato del detenuto a Santa Maria Capua Vetere ha deciso di concentrarsi, rimarcando - finora inutilmente - che se una persona fa parte di Cosa nostra, come è il caso di Abbate, necessariamente commette certi reati "fine" dell'organizzazione criminale: il 416 bis e l'estorsione aggravata, in altri termini, sono praticamente inscindibili. Ecco perché il boss avrebbe diritto al riconoscimento della continuazione tra le pene inflitte anche per estorsione e non solo per quelle legate all'appartenenza a Cosa nostra. Tesi ora condivisa dalla Suprema Corte.

Nel 2018 l'istanza del boss della Kalsa fu bocciata durante un incidente di esecuzione davanti alla sesta sezione della Corte d'Appello. L'avvocato ha poi ripresentato la richiesta, che è stata nuovamente rigettata dalla seconda sezione. Il ricorso adesso è stato invece accolto dalla Cassazione, che ha annullato con rinvio la decisione precedente: una nuova sezione della Corte d'Appello dovrà dunque vagliare la domanda di Abbate, seguendo le prescrizioni della Suprema Corte. E così il mafioso, con l'applicazione della continuazione anche alle altre condanne, a quel punto avrà scontato anche più della pena prevista e dovrebbe dunque tornare inevitabilmente libero. 

"Signor presidente, cosa dovevo fare? La zona in cui vivo è tutta pregiudicata", così cercò di difendersi "u mitra" nel 2013, durante il processo "Hybris", spiegando ai giudici: "Ho girato tanti carceri, Lecce, Napoli, l'Asinara e di detenuti ne conosco assai. Nel mio quartiere non potevo non salutarli, anche perché in molti casi conosco anche i loro padri. Quando nel 2010 sono uscito dal carcere di Lecce, dopo aver scontato 13 anni, non volevo più avere problemi con la giustizia". E invece era stato nuovamente arrestato pochi mesi dopo e si può dire che ha trascorso buona parte della sua vita in galera. La decisione che la Cassazione ha preso per lui adesso potrebbe tornare utile ad altri mafiosi che si trovano nella sua stessa situazione.

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