Sabato, 16 Ottobre 2021
Mafia San Giuseppe Jato

Stop all'interdittiva antimafia dai giudici, in una ditta arriva il "controllore giudiziario"

L'azienda vitivinicola di San Giuseppe Jato era stata bloccata dal provvedimento nel 2019. La prefettura ipotizzava infiltrazioni da parte dei Brusca. Per la Corte d'Appello invece alla base delle accuse ci sarebbe persino uno scambio di persona: l'attività può quindi riprendere ma con la speciale forma di vigilanza per un anno

Concesso il controllo giudiziario ad un'azienda vitivinicola di San Giuseppe Jato che era stata colpita da un'interdittiva antimafia ad aprile del 2019, con l'ipotesi di infiltrazioni ed ingerenze soprattutto da parte del clan dei Brusca. Un castello accusatorio - in cui ci sarebbero persino errori di persona - che ora è stato smontato dalla sezione per le misure di prevenzione della Corte d'Appello che, accogliendo le tesi difensive e ribaltando la decisione del tribunale, ha deciso che per un anno nella ditta di un giovane imprenditore incensurato dovrà operare appunto un "controllore" con lo scopo, se fosse eventualmente necessario, di "bonificarla", ma consentendole di continuare ad operare e ad esportare vino anche all'estero, senza perdere finanziamenti pubblici.

Un caso più unico che raro

E' un caso più unico che raro quello che nasce dalla decisione del collegio presieduto da Giacomo Montalbano (relatore Sabina Raimondo, consigliere Carlo Tomaselli), che ha deciso di accogliere le tesi dell'avvocato Salvatore Gugino, che assiste l'imprenditore. Il controllo giudiziario, che consente di evitare il tracollo di aziende nelle quali si ipotizzano infiltrazioni, viene infatti quasi sempre negato. La ditta che esporta vino anche all'estero, con questa soluzione innovativa potrà invece lavorare e il controllore giudizario tra 12 mesi presenterà una relazione al tribunale, sulla scorta della quale l'azienda potrà tornare libera da ogni vincolo antimafia oppure, nella peggior delle ipotesi, essere sequestrata.

Le accuse della prefettura

Il provvedimento emesso dall'allora prefetto Antonella De Miro, che aveva impedito allimprenditore di contrattare con la pubblica amministrazione e anche di avere finanziamenti poggiava su "consolidati rapporti pregressi illeciti del padre del giovane con la famiglia del noto capomafia Bernardo Brusca, culminati nella condanna riportata nel 1999 per favoreggiamento": secondo i pentiti il genitore del titolare dell'azienda "si occupava, quale agronomo di fiducia, degli interessi dei Brusca nel settore vitivinicolo, gestendo per loro conto terreni" a San Giuseppe Jato, poi confiscata nel 1995 a Brusca e Totò Riina.

I presunti legami con i Brusca

Inoltre, la prefettura ipotizzava una "cointeressenza" del padre nella ditta dei due figli. Uno di loro il 3 agosato 2017 "aveva preso in affitto dalla curatela fallimentare di una società un capannone industriale costruito su un terreno già di proprietà di Mario Brusca, cognato di Bernardo, essendo fratello della moglie di quest'ultimo". In più, secondo la prefettura, l'impresa avrebbe poi "intrattenuto rapporti economici diretti con i Brusca, avendo ricevuto in comodato il 18 dicembre del 2009 e poi acquistato nel 2011 alcuni terreni sempre a San Giuseppe Jato estesi per quasi 14 ettari, da Mario Brusca e dalla moglie Maria Bommarito, per tramite dell'Ismea e avendo acquistato da Giuseppe Brusca, figlio della coppia, il 3 gennaio 2014 il diritto di reimpiantare uva da vino su un fondo di quasi due ettari". Poi, il 25 maggio 2018, il fratello dell'imprenditore "aveva preso in affitto da Giuseppe Brusca un fondo rustico di oltre 2 ettari nella stessa contrada" e la prefettura sottolineava che però "al momento dell'avvio della sua impresa individuale, il giovane era del tutto privo di risorse economiche proprie", rimarcando anche come Giuseppe Brusca ed il fratello Giovanni, "figli di Mario e nipoti di Bernardo, erano stati entrambi condannati per mafia in via definitiva".

"Ipotizzabile solo un'agevolazione occasionale"

Una ricostruzione che il tribunale aveva ritenuto fondata, tanto da rigettare la richiesta di applicazione della misura del controllo giudiziario, ma che per la Corte d'Appello ha invece tantissimi limiti: i giudici hanno per questo ritenuto che per la ditta tutt'al più sussiterebbe "un'ipotesi di agevolazione di carattere 'occasionale'" e che quindi "l'intervento giudiziale di 'bonifica' appare allo stato possibile". Ecco perché è stato disposto per un anno il controllo giudiziario finora sempre negato.

"Non attuali i precedenti del padre"

Il collegio presieduto da Giacomo Montalbano, anche sulla scorta delle indagini condotte dalla difesa, smonta punto per punto le accuse mosse dalla prefettura. Viene prima di tutto messo in evidenza che il padre dell'imprenditore, dopo la condanna del 1999 "non ha riportato ulteriori condanne né risultano altri fatti di reato o attuali collegamenti con esponenti della locale consorteria", né inoltre "sono state segnalate ingerenze da parte sua nella gestione della ditta del figlio".

L'errore di persona 

Non solo: "I coniugi Mario Brusca e Maria Bommarito sono entrambi incensurati e dallo stato di famiglia acquisito da questa Corte si evince che Giuseppe e Giovanni Brusca non sono figli degli stessi, diversamente da quanto affermato nel decreto impugnato e nell'interdittiva antimafia". Un errore di persona, quindi. Sul capannone preso in affitto, i giudici sottolineano che questo è avvenuto "giusta autorizzazione del giudice delegato" e per quanto attiene alla quota dei terreni acquistati dall'Ismea appartenente originariamente alla coppia Brusca-Bommarito è pari a poco più di due ettari (su quasi 14) "mentre i restanti terreni oggetto della compravendita erano di proprietà di altri soggetti (diversi e non ricollegabili ai Brusca)", senza contare che "il rapporto di compravendita è intercorso non già direttamente con i coniugi Brusca, ma tra l'imprenditore e un ente pubblico (l'Ismea)".

Le cifre risibili per gli affitti

Infine, secondo i giudici, l'impresa "ha acquistato da Giuseppe Brusca (titolare dell'autorizzazione al reimpianto con scadenza nell'annata agraria 2015) il diritto a reimpiantare uve da vino per il contenuto corrispettivo di mille euro" e il fratello dell'imprenditore "ha preso in affitto da Giuseppe Brusca il fondo rustico di oltre 2 ettari per 120 euro annui".

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