Mafia

Brusca resta in carcere, la Cassazione: "Non c'è prova certa di ravvedimento"

Ecco le motivazioni della sentenza con cui, il 7 ottobre, è stata respinta la richiesta di domiciliari al collaboratore di giustizia che si trova a Rebibbia dove sta scontando 30 anni di reclusione: "Il pentimento civile va approfondito e verificato nel tempo"

Giovanni Brusca

Giovanni Brusca resta in carcere e la Cassazione lo spiega così: "Per la concessione dei domiciliari è necessario un compiuto ravvedimento e il pentimento civile va approfondito e verificato nel tempo". Ecco le motivazioni della sentenza con cui, il 7 ottobre, è stata respinta la richiesta di domiciliari al collaboratore di giustizia.

Brusca - l'uomo che materialmente il 23 maggio 1992 diede il comando per far esplodere la bomba che uccise Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti di scorta - è in carcere a Rebibbia. Sta scontando nel penitenziario romano 30 anni di reclusione, con fine pena nel 2022, per la strage di Capaci e altri efferati crimini mafiosi. I suoi difensori si erano rivolti alla Cassazione sulla base del parere espresso dalla Procura nazionale antimafia secondo cui il boss, dopo 23 anni carcere, poteva finire di scontare la pena ai domiciliari.

Brusca ha già usufruito di 80 permessi premio: elementi, assieme al suo "apporto collaborativo molto rilevante", valutati positivamente dal tribunale di sorveglianza di Roma, che però nel marzo scorso ha respinto l'istanza - sottolineando che "non ha ancora percorso davvero il cammino dell'emenda nei confronti delle vittime, del riscatto morale nei riguardo dei familiari" - trovando d'accordo la Suprema Corte. Secondo la Cassazione, il tribunale di sorveglianza ha correttamente dedotto l'insussistenza della prova di "un effettivo compiuto ravvedimento", un percorso "attualmente solo intrapreso". Ha compiuto una interpretazione conforme alla giurisprudenza dove sostiene che "lo sforzo di Brusca nel manifestare il suo pentimento civile e il suo intento di riconciliazione nei confronti delle famiglie delle vittime e della società tutta vadano approfonditi e verificati nel corso del tempo". E laddove ritiene che "la gravità dei reati commessi da Brusca e la caratura criminale che lo stesso ha dimostrato nella sua vita di possedere, portino a considerare non ancora acquisita la prova certa e definitiva del suo ravvedimento".

L’ex capomafia di San Giuseppe Jato, arrestato nel 1996, ritenuto responsabile (anche) della brutale uccisione del piccolo Giuseppe Di Matteo, aveva chiesto perdono, dopo aver commesso 150 delitti. Stando ai suoi avvocati, Brusca prega nella solitudine della sua cella dove "per sua scelta ha deciso di vivere in una sorta di 41 bis volontario, rinunciando ad avere contatti con chi ha vissuto il suo passato".

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