Mafia

Parla Galatolo: "Di Matteo s'era spinto troppo, Messina Denaro voleva ucciderlo"

Il pentito, ex "picciotto" dell'Acquasanta, ha deposto in videoconferenza proprio sul progetto di uccidere il magistrato: "Dietro questo piano c'era la copertura di apparati deviati dello Stato, i Servizi segreti e i Ros"

Il pm Nino Di Matteo

"In due diverse lettere Messina Denaro - ha detto - ci chiese di fare un attentato al pm Nino Di Matteo, che andava eliminato perchè si era spinto troppo avanti in un processo. Poi capimmo che si trattava del processo sulla trattativa Stato-mafia". Parole e musica di Vito Galatolo, pentito, ex "picciotto" dell'Acquasanta, che questa mattina ha deposto in videoconferenza proprio sul progetto di uccidere il magistrato. Un racconto lungo, suggestivo e dettagliato del piano, risalente alla fine del 2012, per eliminare Di Matteo, il massimo rappresentante dell'accusa del processo per la trattativa.

"A volere la morte del magistrato sarebbero stati "apparati dello Stato"". Questa la bomba lanciata oggi da Galatolo. "Eravamo convinti che dietro il progetto di attentato al pm Nino Di Matteo ci fosse la copertura di apparati deviati dello Stato, i Servizi segreti e i Ros. Pensavamo che Matteo Messina Denaro fosse soltanto il braccio armato per uccidere il magistrato. Ma di queste cose parlavamo tra di noi". Trama che ricorda per certi versi quella della strage di via D'Amelio. Il progetto non si sarebbe mai concretizzato perché tra il 2013 e il 2014 tutti i boss coinvolti furono arrestati.

Al progetto di uccidere Di Matteo "disegnato" da Messina Denaro avrebbero poi accettato anche lo stesso Galatolo, il boss di Porta Nuova Alessandro D'Ambrogio e Vincenzo Graziano. Galatolo cita tre figure chiave: l'ex questore di Palermo Arnaldo La Barbera, Bruno Contrada e Giovanni Aiello, agente di polizia vicino ai Servizi. La sede centrale era il Fondo Pipitone all'Arenella. Qui sarebbero avvenuti gli incontri "clandestini". "Qui loro erano di casa" (Contrada ha annunciato una querela nel pomeriggio).

Qua dentro - siamo nelle viscere dell'Acquasanta - negli scorsi mesi è stata perfino trovata una cavità naturale scavata nella roccia nel terreno retrostante al palazzo di Galatolo con tegamini, pentole e stoviglie. Segnali di vita (recente), insomma. Un buco nel terreno nascosto artatamente dall'erba incolta e nel quale potevano entrare diverse persone. Ed è proprio nel feudo del pentito che lo scorso 16 dicembre oltre 120 militari del nucleo speciale polizia valutaria e del comando provinciale di Palermo, eseguirono decine di perquisizioni. "La maggior parte dei summit - ha aggiunto Galatolo li organizzavano i capi di Cosa nostra. Erano amici di polizia e carabinieri"

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