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Mercoledì, 8 Dicembre 2021
Mafia Corleone

I cantieri della mafia e l'odore dei soldi: così il nipote di Provenzano stava riorganizzando i corleonesi

I retroscena dell'operazione che ha portato a 12 arresti. I ruoli chiave di Carmelo Gariffo e Antonino Di Marco, che nascondeva il suo ruolo di mafioso dietro l'incarico di custode del campo sportivo comunale

“Con tutto quello che ho sentito mi dovrei mettere due pezzi di ferro in tasca e dove arriverei ci metterei una canna…”. Così si sfogava in qualche modo Carmelo Gariffo, nipote di Bernardo Provenzano e messaggero coi suoi “pizzini”, in una delle sue tante chiacchierate con Antonino Di Marco, dipendente del comune di Corleone considerato fra le altre cose “cerniera” fra i mandamenti mafiosi di Chiusa Sclafani e Palazzo Adriano. Si incontravano al campetto pubblico dove lavorava come custode. Lì, in auto o al bar si svolgevano gli incontri durante i quali pianificavano le loro strategie per controllare il territorio, mettere le mani negli appalti pubblici e tentare di ristabilire gli equilibri di potere con i Lo Bue, tra cui Leoluca, figlio dell’ex capo mandamento di Corleone Rosario Salvatore. Loro e altre 9 persone, tra piccoli “boss” e gregari, sono stati arrestati all’alba di ieri con l’operazione “Grande Passo 4”, al termine delle indagini condotte da carabinieri e procura culminate nell’ordinanza di custodia cautelare in carcere firmata dal gip Fabrizio Anfuso.

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Dopo una lunga detenzione e la scarcerazione, Gariffo aveva cercato nel giro di un anno di riprendere il controllo della situazione, considerando inadeguata la gestione dei Lo Bue e in particolare quella di Leoluca, ritenuto poco incline al rispetto di alcune delle regole mafiose. “Allora…si è perso un pochettino eh…l’orientamento, secondo me, anche perché c’è lui,… dai miei cugini sento solo lamentele che non si vogliono interessare a nessuna cosa… e mi sembra che sono salite, iniziando dal figlio di Giovanni (Giuseppe Grizzaffi), dal genero di Giovanni (Alessandro Correnti), di mastro Tano (Riina Gaetano) e compagnia bella senza andare avanti, avanti mi sembra che ognuno, per come la fa, per come la pensa la fa! ma questo discorso non mi porta lontano a nessuno”. Per riuscire nei suoi intenti si è avvalso proprio del contributo di Di Marco, nel cui ufficio erano state ormai piazzate delle cimici. E agli scontri preferiva un “clima” più disteso, volendosi affermare anche per via della sua discendenza e soprattutto occupandosi degli affari: estorsioni, appalti e intimidazioni, per le quali veniva aiutato dagli altri gregari, tra cui Francesco Paolo Scianni e Bernardo Saporito, che tramite Di Marco avrebbe tentato di avvicinare a sé. 

12 ARRESTI A CORLEONE: I RETROSCENA

Gariffo sentiva l’odore dei soldi, tanti soldi. Come i 5 milioni di euro di una gara vinta da un’azienda del Catanese per alcuni lavori nel territorio di Prizzi. “Ora se noi altri ci possiamo arrivare e allora è un discorso, se non ci possiamo arrivare ci possiamo togliere questa cosa dalla testa”. Così incarica Di Marco di occuparsi delle fasi preliminari di ricerca per arrivare all’obiettivo, estorcere denaro e assunzioni a direttori dei lavori e imprenditori. “Ehh..dobbiamo prendere tutte le informazioni possibili intanto quelli che ci vogliono da prendere, al primo iniziando chi è l’ingegnere, chi è il lavoro, chi è la ditta ehh… e vediamo come siamo combinati perché qua oltre a questo dico dobbiamo stare attenti pure a non impelagarci…è giusto?”. Ma questo è solo un cenno su di uno dei nove tentativi di estorsione accertati da investigatori e inquirenti, non andato a buon fine per varie ragioni. Ci hanno poi riprovato con un’altra ditta del Trapanese, che doveva occuparsi dei lavori al campo sportivo di Corleone. “Qua devono fare il… il campo da pallavolo coperto. Ma ci sono qualche sei mesi di lavoro!”. Quattrocentomila euro circa. Una somma sulla quale volevano mettere le mani e della quale si erano già interessati anche i Lo Bue.

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Ad occuparsi dei primi contatti con l’impresa e gli addetti ai lavori, per scoprire se avevano già “tuppuliato” alle porte giuste, era stato proprio Di Marco, autorizzato da Gariffo, il quale stava tentando sempre più di estromettere Leoluca Lo Bue, che chiamavano “U’ nicarieddu”: “Se dovesse venire facciamo così, gli dici ‘senti, ma vedi che già di sta cosa me ne hanno parlato’…Ti autorizzo pure a dirgli che…noi abbiamo parlato”, sosteneva Gariffo al dipendente comunale corleonese. Voleva arrivare a quei soldi e farlo per sé e la sua famiglia. “Non ti dico che…deve riuscire per forza! Ma ci dobbiamo provare. Ci dobbiamo provare - diceva - per tante ragioni. Una perché sono… azzerato completamente. E poi penso perché ci sia bisogno, non sono il solo ad avere il bisogno ma ce ne sono assai bisogno, il primo iniziando da mio zio e mio zio (Bernardo Provenzano ndr), certe cose, non se le merita”. E lo diceva sostenendo che i Lo Bue dovessero farsi da parte anche per una questione di rispetto. “Mi deve venire a baciare quello, mi deve venire a baciare come…che minchia stai dicendo!”

Per portare a termine uno dei tentativi di estorsione, per il quale si sarebbe poi avvalso anche della collaborazione delle persone arrestate ieri (LEGGI I NOMI), si sono rivolti anche a un’impresa locale cui erano stati affidati i lavori di movimento terra in un cantiere. Di Marco si mise in contatto con il direttore dei lavori curando in qualche modo gli interessi della “famiglia”, prospettando il “paniere” - come lo definiscono gli inquirenti - delle richieste mafiose: assunzioni, assegnazione di “subappalti” ad aziende “vicine” e contanti. Richieste che in qualche modo furono bocciate. In una delle conversazioni intercettate, il dipendete comunale avvisava il suo interlocutore: “Il comportamento che hanno loro è sbagliato e se lui (il titolare dell’azienda ndr) non si mette in riga, io ho l’impressione che il pallone lui non lo gonfia. Perché vedi che ha un comportamento sbagliato…Lo sai quando lo capiscono? Quando abbuscano le batoste, lo capiscono”. Poi anche una sorta di avvertimento, parlando di altri fatti accaduti:  “Ci sono andate persone che avevano i mezzi per vedere se potevano lavorare, non ho niente da fare (incomprensibile ndr) hanno iniziato a lavorare, due camion nuovi glieli hanno bruciati completamente. Ora a questo..”.

Al nipote dello Zu’Binnu interessava controllare il territorio e gestire gli affari, “facendo mangiare” pure gli altri che ne avevano bisogno. E per questo si lamentava dell’andazzo, come Di Marco accennava in auto - dove c’erano altre microspie - a Scianni: “Si sono presi discorsi di imprese, questo, quello, Nino, sta cosa che gli interessa solo a loro, sai che cosa è? In tasca a loro non gliene fotte niente e di tutti gli altri!”, spiegava parlando di ciò che pensava Gariffo. Ma dei nove episodi di estorsione, per i quali è stata tentata anche l’intercessione di un (ormai ex) assessore con il quale si parlava pure di elezioni e indirettamente del sindaco Lea Savona (che poi andò a denunciare il fatto alle forze dell’ordine), non tutti sono andati a buon fine. Anche gli imprenditori, sebbene non sempre di propria iniziativa, hanno denunciato o collaborato con gli investigatori. “In casi del genere - ha dichiarato il comandante provinciale Giuseppe De Riggi - non è importante stabilire se abbiano collaborato più o meno spontaneamente, ma che l'abbiano fatto. Si può guardare con ottimismo al futuro” 

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