Mafia, pizzo tra Corleone e Palazzo Adriano: cinque arresti

L'indagine dei carabinieri, che ha portato all'operazione "Grande Passo", ha fatto luce sugli assetti mafiosi attuali del mandamento di Corleone. Diversi gli imprenditori costretti a piegarsi al volere di Cosa nostra. Al vertice un "fedelissimo" di Riina: Antonino Di Marco, ex custode del campo sportivo

Un "frame" delle intercettazioni

A Corleone la mafia è ancora viva. E detta le "sue" regole. Oltre 100 carabinieri della compagnia di Corleone e del gruppo di Monreale hanno condotto una vasta operazione antimafia tra Corleone e Palazzo Adriano. Cinque le ordinanze di custodia cautelare con l'accusa di associazione mafiosa. All'operazione "Grande Passo" (GUARDA IL VIDEO) hanno partecipato unità cinofile e un elicottero. L'indagine che ha portato all'operazione è stata avviata nel 2012 dalla Dda di Palermo e ha fatto luce sugli assetti mafiosi attuali del mandamento di Corleone. (I NOMI DEGLI ARRESTATI)

L'indagine, condotta attraverso pedinamenti, ma soprattutto intercettazioni, ha svelato l'attività estorsiva messa a segno, a tappeto, dai clan, l' illecita gestione degli appalti, ma anche alcuni contatti tra i fermati ed esponenti politici siciliani. Secondo gli investigatori, che hanno ricostruito ruoli e funzioni dei nuovi vertici della cosca di palazzo Adriano, nel mandamento di Corleone, a svolgere le funzioni di capo sarebbe Antonino Di Marco, 58 anni, ex custode del campo sportivo e fedelissimo del boss Totò Riina.

Gli inquirenti hanno accertato che sugli appalti Cosa nostra continuava a intascare il 3% dell'importo dei lavori e che, in alcuni casi, al posto della richiesta di denaro imponeva agli imprenditori assunzioni di personale e acquisto di mano d'opera nelle aziende vicine ai clan. Per convincere le vittime a cedere i boss sono ricorsi spesso a danneggiamenti e furti all'interno dei cantieri delle imprese taglieggiate.

I RETROSCENA - "LA MAFIA VOTO' PER NINO DINA"

Quanto ai metodi utilizzati, al fine di convincere le vittime alla cosiddetta “messa a posto”, la consorteria ha utilizzato il classico metodo intimidatorio della bottiglia incendiaria. Inoltre, per attirare l’attenzione degli imprenditori, gli affiliati hanno proceduto anche ad effettuare furti e danneggiamenti all’interno dei cantieri proprio nell’immediatezza dell’inizio dei lavori. In merito alla “cassa” le indagini sul sodalizio criminale di tipo mafioso operante tra Palazzo Adriano e Corleone hanno permesso di appurare anche che quella famiglia raccoglieva i proventi delle estorsioni all’interno appunto della cassa comune, gestita direttamente dal capo famiglia e utilizzata per finanziare le diverse azioni criminali nonché le piccole spese di tutti i sodali.

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