In cella per favoreggiamento, dopo sequestro milionario confiscati solo alcuni magazzini

Francesco Paolo Piscitello, dopo aver scontato una condanna per aver favorito la latitanza di Enrico Scalavino, si era visto sequestrare immobili, conti bancari e auto. Respinta la sorveglianza speciale. “Salvi” i beni della figlia e del genero: “Acquistati lecitamente”

Niente sorveglianza speciale, niente obbligo di soggiorno e via i sigilli da gran parte del suo patrimonio. Così ha deciso la prima sezione penale del tribunale-misure di prevenzione per Francesco Paolo Piscitello, 68 anni, arrestato nell'operazione antimafia "Perseo" del 2008 ma adesso libero. Piscitello era stato riconosciuto colpevole di avere aiutato durante la latitanza Enrico Scalavino, esponente della famiglia mafiosa di corso Calatafimi. Ritenuto vicino a Cosa nostra, nel 2016 si era visto sequestrare un'impresa (la Poliedil Costruzione di Piscitello Giovanni ndr), 5 magazzini tra Palermo e Cefalù, 13 appartamenti in città, ville, due nude proprietà a Campofelice di Roccella e due a Palermo, 40 rapporti bancari e 12 veicoli, per un valore complessivo di 6 milioni di euro. Il sequestro aveva coinvolto anche i familiari di Piscitello. Adesso la decisione del collegio presieduto da Raffaele Malizia. 

Nonostante il corposo curriculum criminale, per i giudici Piscitello - difeso dall'avvocato Monica Lo Iacono - non può essere ritenuto, oggi, socialmente pericoloso "tanto più che non risulta essere più stato detenuto dai primi mesi del 2009 e, come già rilevato, non vi è alcun elemento di rilievo in ordine al suo agire antisociale in epoca successiva". Da qui il "no" alla sorveglianza speciale. Inoltre i giudici hanno "salvato" gli acquisti fatti dopo il 2001. Da qui la decisione di fare scattare la confisca solo per una parte limitata dei beni sotto sequestro (frazioni di alcuni immobili ndr). Passano allo Stato alcuni magazzini formalmente di proprietà del figlio Giovanni, mentre è stata respinta la confisca dei fabbricati, delle auto e dei conti bancari della figlia Serena Maria Giuditta e del genero Salvatore Genova, difesi rispettivamente dagli avvocati Bruna Sparacino e Alessandro Campo. Per i giudici "non si può dire che gli acquisti (della figlia ndr) siano stati compiuti in sproporzione rispetto alle entrate lecite" e "i beni intestati a Genova non possono ritenersi nella disponibilità del suocero o reimpiego dei suoi proventi illeciti". Disposta anche la cancellazione della trascrizione del sequestro.
 

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