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Giovedì, 2 Dicembre 2021
Mafia San Giuseppe Jato

La lotta per il potere tra i clan di Monreale e San Giuseppe Jato, definitive 22 condanne

La Cassazione ha respinto i ricorsi nell'ambito del processo nato dalle indagini condotte dai carabinieri tra 2015 e 2016. Fra le due cosche si rischiò la guerra e vennero intercettate minacce, pestaggi e persino la consegna di teste di capretto. Il boss Gregorio Agrigento, condannato a 14 anni in appello, è morto in attesa dell'ultima pronuncia

Violenti scontri, pestaggi, minacce e teste di capretto tra il clan "ribelle" di Monreale e quello - da sempre a capo del mandamento - di San Giuseppe Jato. E' questo che registrarono i carabinieri tra marzo e ottobre del 2015 e che portò all'arresto anche i vertici delle due fazioni. Nella tarda serata di ieri la sesta sezione della Cassazione, rigettando e dichiarando inammissibili i ricorsi degli imputati, ha reso definitive le condanne per 22 imputati.

L'anziano boss Gregorio Agrigento, condannato in appello a 14 anni, è morto l'anno scorso, mentre una delle figure al centro del blitz, l'insospettabile fisioterapista Giovan Battista Ciulla, preso di mira perché avrebbe rubato soldi dalla cassa del mandamento, decise di rifugiarsi in provincia di Udine, ha rinunciato al ricorso: per lui la condanna a 9 anni e 8 mesi è dunque passata in giudicato da tempo, così come per Nicola Rinicella (6 anni e 4 mesi).

Nello specifico, la Suprema Corte ha confermato le condanne emesse dalla quarta sezione della Corte d'Appello ad aprile dell'anno scorso per Sergio Denaro Di Liberto (8 anni e 8 mesi), Giovanni Pupella (8 anni e 8 mesi), Giuseppe D'Anna (12 anni), Giuseppe Giorlando (9 anni e 8 mesi), Salvatore Billetta (8 anni), Francesco Balsano (11 anni e 2 mesi), Alberto Bruscia (8 anni e 4 mesi), Andrea Di Matteo (8 anni), Girolamo Spina (9 anni), Salvatore Terrasi (8 anni), Giovanni Battista Inchiappa (8 anni), Ignazio Bruno (17 anni in continuazione con una precedente condanna), Antonino Alamia (12 anni), Giovanni Di Lorenzo (11 anni), Giuseppe Riolo (8 anni e 8 mesi), Domenico Lo Biondo (un anno e 8 mesi), Antonino Giorlando (2 anni e 2 mesi), Tommaso Licari (un anno e 8 mesi), Sebastiano Andrea Marchese (2 anni), Onofrio Buzzetta (10 anni e 4 mesi), Umberto La Barbera (un anno e 10 mesi) e Pietro Canestro (un anno e 10 mesi).

A capo delle due fazioni - la guerra fu evitata in extremis, grazie al raggiungimento di un accordo tra i clan - c'erano proprio Agrigento ed il suo fedelissimo Bruno, contrapposti agli uomini guidati da Di Lorenzo, soprannominato "la morte". Dopo la pace, però, i boss decisero di punire diversi appartenenti alla cosca di Monreale, tra cui Ciulla (che fu convocato e, sentendo puzza di bruciato, scappò), ma anche Buzzetta che, dopo essere stato "invitato" a riconsegnare i soldi rubati, si sentì dire chiaramente da Balsano: "Sono autorizzato ad ammazzarti pure ora...".

Nel processo si sono costituiti parte civile i Comuni di Monreale, San Giuseppe Jato e San Cipirello, oltre alle associazioni Centro Pio La Torre (rappresentata dagli avvocati Ettore Barcellona e Francesco Cutraro), "Antonino Caponnetto", Solidaria, Sos Impresa, Confesercenti e Confcommercio.
 

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