Sabato, 20 Luglio 2024
Mafia Noce

Il pizzo anche a chi "non può mettere la pignata": a processo il boss "Belli capelli" e altri 24

La Procura ha chiesto il rinvio a giudizio per capi e gregari del mandamento della Noce, a cominciare da Giancarlo Seidita che ne sarebbe stato a capo, tutti coinvolti in un'inchiesta di maggio scorso

Completamente calvo ma soprannominato ironicamente "Belli capelli", un lungo passato in Cosa nostra, tra i fedelissimi dei boss Lo Piccolo, Giancarlo Seidita avrebbe preso il comando del mandamento della Noce nell'ultimo periodo, suscitando non pochi malumori anche per la sua decisione di imporre il pizzo a tappeto "anche a chi non riesce a mettere la pignata". Per lui ed altri 25 adesso la Procura ha chiesto il rinvio a giudizio. L'udienza preliminare si svolgerà nelle prossime settimane davanti al gup Angela Lo Piparo.

"Belli capelli", il boss al comando del clan della Noce

Seidita era nuovamente finito in carcere il 25 maggio, con il blitz "Intero Mandamento", coordinato dal procuratore aggiunto Paolo Guido e dai sostituti Giovanni Antoci e Dario Scaletta (oggi al Csm). Con lui erano stati arrestati anche Giacomo Abbate, Salvatore Cinquemani, Angelo Di Stefano, Benedetto Di Cara, Guglielmo Ficarra, Daniele Formisano, Giovanni Giordano, Vincenzo Landolina e Francesco Scaglione. Il processo, oltre che per tutti loro, è stato chiesto anche per altre 15 persone: Davide Cacioppo, Caterina Cappello, Dario e Gianluca Albamonte, Giovanni D'Alba, Emanuele Girgenti, Biagio Impallara, Angelo De Luca, Paolo Gulotta, Tommaso Sciacovelli, Paolo Gulotta, Nicolò Zarcone, Pietro Tumminia, Antonino e Felisiano Tognetti.

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L'ascesa di "belli capelli" non sarebbe stata gradita in particolare a De Luca e Zarcone, vicini a Salvatore Alfano, tutti già condannati in primo grado nel processo "Padronanza". Altra figura centrale dell'inchiesta è Ficarra, pregiudicato per mafia, al quale qualcuno si sarebbe rivolto persino per chiedere il permesso di occupare abusivamente una casa. Ficarra, secondo l'accusa, avrebbe anche preteso da un imprenditore edile di essere assunto non per lavorare, ma per ritrovarsi senza far nulla in contributi per la pensione. Tra l'altro, Ficarra si vantava di essere riuscito a fare "carriera" in Cosa nostra nonostante la sua parentela con un ex agente della polizia penitenziaria.

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