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Pizzo, droga e concerti neomelodici: colpo al clan del Borgo, 28 condanne e 5 assoluzioni

Il processo in abbreviato per 33 imputati nasce dalle operazioni "Resilienza" e "Resilienza 2". Tra i condannati i tre figli del boss Nicola Ingarao, ucciso nel 2007, mentre è stato del tutto scagionato il fondatore delle Brigate Rosanero, "Johnny Giordano"

Ventotto condanne e 5 assoluzioni. E' questa la decisione del gup Donata Di Sarno per 33 imputati che ha processato con il rito abbreviato, tutti coinvolti nelle inchieste "Resilienza" e "Resilienza 2", messe a segno tra ottobre 2020 e marzo dell'anno scorso dai carabinieri, e che hanno colpito il clan di Borgo Vecchio. Le richieste della Procura, che aveva invocato pene molto pesanti, sono state accolte parzialmente. Tra gli assolti anche "Johnny Giordano", fondatore delle Brigate Rosanero, mentre tra i condannati figurano i tre figli del boss Nicola Ingarao, ucciso nel 2007.

Secondo la ricostruzione dei sostituti procuratori Luisa Bettiol e Gaspare Spedale, il pizzo sarebbe stato imposto a tappeto (e molti imprenditori decisero di denunciarlo), ma boss e gregari avrebbero anche gestito lo smercio di droga, arrivando anche a stabilire quale cantante neomelodico avrebbe potuto esibirsi durante le feste di piazza (censurandone espressamente alcuni) e a dirimere contese tra tifosi.

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Le condanne

Nello specifico, il giudice ha appunto condannato i tre fratelli Ingarao infliggendo 17 anni e 4 mesi a Jari Massimiliano, 8 anni e 8 mesi a Danilo e 7 anni e 8 mesi a Gabriele Ingarao. Ad Angelo Monti, secondo l'accusa nuovo reggente del clan, sono stati inflitti 4 anni e mezzo in continuazione con una precedente condanna. Condannati anche Paolo Alongi (6 anni e 8 mesi), Gianluca Altieri (un anno e 8 mesi),Giacomo Marco Bologna (un anno e 8 mesi a fronte di una richiesta di 10 anni e 8 mesi), Salvatore Bongiorno (6 anni e 8 mesi), Giovanni Bronzino (8 anni e 4 mesi), Francesco Paolo Cinà (2 anni e 2 mesi), Giuseppe Pietro Colantonio (un anno in continuazione con una precedente condanna), Domenico Canfarotta (8 anni), Giuseppe D'Angelo (un anno e 4 mesi), Nicolò Di Michele (2 anni 2 mesi e 20 giorni), Marcello D'India (8 anni e 4 mesi), Davide Di Salvo (un anno e 4 mesi), Antonio Fortunato (6 anni e 8 mesi), Salvatore Guarino (13 anni e 4 mesi), Giuseppe Gambino (10 anni), Filippo Leto (6 mesi e 20 giorni), Giuseppe Lo Vetere (7 anni e mezzo), Vincenzo Marino (2 anni e 2 mesi), Pietro Matranga (5 anni e mezzo), Francesco Mezzatesta (2 anni e 4 mesi), Girolamo Monti (10 anni), Emanuel Sciortino (7 anni e 4 mesi), Vincenzo Vullo (4 anni e 8 mesi) e Giovanni Zimmardi (13 anni e mezzo).

Le assoluzioni

Del tutto scagionati, invece, Giovanni "Johnny" Giordano, fondatore delle Brigate Rosanero per il quale erano stati chiesti ben 10 anni di carcere e la cui richiesta di arresto era stata respinta sia dal gip che dal tribunale del Riesame, in accoglimento delle tesi dei suoi avvocati, Giovanni Castronovo e Silvana Tortorici. Assolti anche Marilena Torregrossa (erano stati invocati 10 anni di carcere, è difesa dall'avvocato Rosanna Vella), Giorgio Mangano (la richiesta era di 10 anni, è difeso dall'avvocato Antonio Turrisi), Matteo Lo Monaco (anche per lui la richiesta era di 10 anni) e Gaspare Giardina (erano stati chiesti 3 anni).

Nel processo si sono costituiti parte civile diversi imprenditori taglieggiati, ma anche alcune associazioni antiracket, tra cui il Centro Pio La Torre, Addiopizzo, Fai, Confcommercio, Sicindustria, nonché il Comune, assistiti tra gli altri dagli avvocati Ettore Barcellona, Francesco Cutraro e Salvatore Caradonna.

Altri tre imputati - Carmelo Cangemi, Pietro Cusimano e Ignazio Sirchia - hanno scelto il dibattimento e sono già stati rinviati a giudizio, mentre un'altra persona finita sotto inchiesta e che non era stata arrestata, Tommaso Lo Presti, 50 anni, cugino dell'omonimo capomafia, è deceduto nel frattempo per Covid.

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