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I boss, il pizzo, la droga e i concerti neomelodici al Borgo: 36 imputati rinviati a giudizio

Sono tutti coinvolti nei blitz "Resilienza" e "Resilienza 2" messi a segno dai carabinieri tra ottobre e marzo scorsi. In 33 hanno scelto l'abbreviato. Tra loro anche i fratelli Ingarao, figli del capomafia ucciso nel 2007, e il fondatore delle Brigate Rosanero, "Johnny" Giordano. Otto commercianti, il Comune e varie associazioni si sono costituiti parte civile

Al Borgo Vecchio avrebbero controllato tutto, dall'imposizione del pizzo allo smercio di droga, e persino le feste di piazza e i concerti neomelodici, stabilendo chi avrebbe potuto cantare e chi no, e sarebbero anche intervenuti nelle contese tra tifosi. Oggi il gup Donata Di Sarno ha rinviato a giudizio 36 imputati: tre hanno scelto l'ordinario, mentre gli altri hanno optato per l'abbreviato. Il processo nasce dai blitz "Resilienza" e "Resilienza 2", messi a segno dai carabinieri a ottobre e a marzo scorsi.

Nello specifico, hanno scelto il dibattimento Carmelo Cangemi, Pietro Cusimano e Ignazio Sirchia (difesi dagli avvocati Gioacchino Arcuri, Umberto Seminara e Gaspare Isaia) e per loro il processo inizierà a dicembre davanti alla quinta sezione del tribunale.

La festa al Borgo e la decisione dei boss: "Qui Pinuzzo non deve cantare!"

Per gli altri imputati, invece, l'abbreviato proseguirà il 30 settembre. Si tratta del presunto nuovo reggente del clan, Angelo Monti, ma anche di Paolo Alongi, Gianluca Altieri, Giacomo Marco Bologna, Giovanni Bronzino, Salvatore Buongiorno, Francesco Paolo Cinà, Giuseppe Pietro Colantonio, Domenico Canfarotta, Giuseppe D'Angelo, Nicolò Di Michele, Marcello D'India, Davide Di Salvo, Antonino Fortunato, Giuseppe Gambino, Gaspare Giardina, Giovanni "Johnny" Giordano, Salvatore Guarino, Danilo Ingarao, Gabriele Ingarao, Jari Massimiliano Ingarao, Filippo Leto, Matteo Lo Monaco, Giuseppe Lo Vetere, Giorgio Mangano, Vincenzo Marino, Pietro Matranga, Francesco Mezzatesta, Girolamo Monti, Emanuel Sciortino, Ignazio Sirchia, Marilena Torregrossa, Vincenzo Vullo e Giovanni Zimmardi.

Un altro imputato, Tommaso Lo Presti, 50 anni, cugino dell'omonimo capomafia, accusato di un'estorsione aggravata dall'aver agevolato Cosa nostra, è invece deceduto per Covid in questi giorni.

Nel processo si sono costituiti parte civile otto imprenditori taglieggiati, ma anche diverse associazioni, tra cui il Centro Pio La Torre, Addiopizzo, Fai, Confcommercio, Sicindustria, e anche il Comune. A rappresentarli, tra gli altri, gli avvocati Ettore Barcellona, Francesco Cutraro e Salvatore Caradonna.

Le due inchieste dei carabinieri sono state coordinate dal procuratore aggiunto Salvatore De Luca e dal sostituto Luisa Bettiol. Dalle intercettazioni emergeva per esempio la confessione di Zimmardi che sosteneva non sarebbe valsa neppure la pena di chiedere il pizzo: "Non mi pago neppure la benzina". Sono comunque 20 le estorsioni contestate dalla Procura, di cui tredici che erano state denunciate dagli imprenditori.

La cosca sarebbe intervenuta anche per risolvere questioni tra gli ultras del Palermo Calcio, tanto che è finito sotto processo anche "Johnny" Giordano, fondatore delle Brigate Rosanero, difeso dall'avvocato Giovanni Castronovo. I pm avevano chiesto l'arresto anche per lui, ma il gip Filippo Serio l'aveva negato. Una decisione confermata poi anche dal Riesame. 

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