Mercoledì, 27 Ottobre 2021
Mafia

Passano allo Stato aziende e conti correnti riconducibili a Totò Riina e intestati al genero

La decisione della Cassazione per alcune società intestate a Tony Ciavarello, sposato una delle figlie del boss deceduto al 41 bis a novembre del 2017. E' stato pure condannato a versare 3 mila euro alla Cassa delle ammende. Il sequestro riguardava un patrimonio più vasto, dal valore complessivo di un milione e mezzo di euro

Diventa definitiva la confisca di una serie di beni (conti correnti e quote societarie) riconducibili al "capo dei capi" di Cosa nostra, Totò Riina, morto al 41 bis il 17 novembre del 2017, e intestati al genero, Tony Ciavarello, sposato con una delle figlie del boss, Maria Concetta, e che da anni vive in Puglia. La sesta sezione della Cassazione (collegio presieduto da Massimo Ricciarelli) ha infatti dichiarato inammissibile il suo ricorso e lo ha pure condannato a versare tremila euro alla Cassa delle ammende.

Passano quindi allo Stato, tra l'altro, le quote della "Clawstek srl", con sede a San Pancrazio Salentino, in provincia di Brindisi, che opera nel settore delle riparazioni meccaniche, l'intero capitale sociale della "Rigenertek srl" (in liquidazione), con sede nello stesso comune e che si occupava del commercio per corrispondenza di autoricambi, e anche l'intero capitale sociale della "Ac Service srl", con sede a Lecce, specializzata nel commercio all'ingrosso e al dettaglio di auto e relativi ricambi e accessori.

I beni erano stati sequestrati assieme ad altri - per un valore complessivo di un milione e mezzo di euro - al boss (che nelle more del procedimento è però deceduto), alla moglie Ninetta Bagarella e ai figli Giuseppe Salvatore, Maria Concetta, Lucia e Giovanni Riina. Nel suo ricorso in Cassazione, Ciavarello ha contestato la discrepanza temporale tra l'espressione della pericolosità sociale di Riina, che aveva determinato la confisca dei beni, rispetto a denaro e società acquisiti dopo diversi anni, considerando anche che i beni sarebbero stati acquisiti dai terzi (compreso Ciavarello) a più di vent'anni dalla carcerazione, mai interrotta, di Riina e dunque a fronte "di un'attività illecita pacificamente cessata da anni".

La Cassazione, nella sentenza, ricorda che la misura di prevenzione per la pericolosità sociale di Riina risale addirittura al 7 luglio del 1969, ma che non è mai stata espiata, prima per la lunga latitanza del boss e poi per la sua detenzione, durata dal 1993 fino alla morte.

Per i giudici il ricorso di Ciavarello contro la decisione della Corte d'Appello, emessa l'anno scorso, è inammissibile perché con il decesso di Riina diversi "terzi interessati" sono diventati suoi eredi a tutti gli effetti. Spiega la Suprema Corte che il "terzo interessato" può contestare la confisca, ma dimostrando che il bene ritenuto riconducibile ad altri è in realtà di sua esclusiva proprietà. Diventano quindi "irrilevanti le eccezioni che riguardano esclusivamente la posizione del prosposto (Riina in questo caso, ndr) e, per esempio, la sussistenza della condizione di pericolosità". Elementi che "solo gli eredi" potrebbero avere interesse a far valere.

I giudici sottolineano poi che la pericolosità di Riina è stata peraltro "attualizzata guardando non solo al ruolo, di vertice incontrastato, riferito al suddetto rispetto a un consorzio criminale tuttora attivo (aspetti che rendono evanescente il dato della carcerazione se rapportato alla figura criminale di Riina) ma anche ad indicatori fattuali concreti destinati ad implementare la perduranza di tale ruolo malgrado la detenzione protrattasi da più di un ventennio".
 

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