Blitz antimafia a Belmonte Mezzagno, quattro arresti: "In carcere il nuovo capo"

I carabinieri hanno ricostruito il nuovo assetto della famiglia mafiosa del paese. Lo scettro del comando era, per l'accusa, nelle mani di Salvatore Tumminia. A lui chiese aiuto anche un avvocato. Sua anche la gestione dei forestali. In manette anche Giuseppe Benigno, vittima di un tentato omicidio lo scorso dicembre

Dopo l'operazione antimafia Cupola 2.0 del dicembre 2018 Cosa nostra a Belmonte Mezzagno era stata "costretta" a riorganizzarsi (con una lotta per il dominio avvenuta non senza spargimento di sangue) e oggi i carabinieri hanno smantellato il nuovo assetto, arrestando 4 persone tra cui Salvatore Tumminia, 46 anni. Già in cella nel 2008 nel blitz Perseo, era tornato in libertà e aveva atteso il suo turno per arrivare al comando. Adesso è nuovamente in manette per associazione mafiosa. Stessa accusa e arresto anche Giuseppe Benigno, 45 anni, imprenditore edile vittima di un tentato omicidio lo scorso 2 dicembre. Le altre due persone coinvolte nel blitz sono Stefano Casella, 41 anni, e Antonino Tumminia, 49 anni, (già sottoposte agli arresti domiciliari), accusati di estorsione aggravata dal metodo mafioso.

VIDEO | I sicari affiancano l'auto nel traffico, poi gli spari: l'agguato a Benigno

Per gli inquirenti Tumminia aveva accentrato il potere nelle proprie mani "gestendo il settore delle estorsioni, infiltrandosi nelle istituzioni sane della città e ponendosi quale punto di riferimento per i propri sodali e per i propri concittadini per la risoluzione delle problematiche più svariate".

Benigno, dopo l'agguato, si era rifugiato da alcuni parenti a Piubega, comune in provincia di Mantova, dove è stato rintracciato e arrestato. Secondo l'accusa, apparteneva "alla famiglia mafiosa di Belmonte Mezzagno e operava in contatto con i vertici del mandamento facente capo a Salvatore Francesco Tumminia (e, prima dell’operazione Cupola 2.0, con Filippo Bisconti) agevolava le estorsioni, aiutava gli affiliati nel controllo del territorio, agevolava i contatti e gli incontri con gli appartenenti alle varie famiglie mafiose. Era poi attivo nella risoluzione delle problematiche interne all’associazione".

"Dopo il pentimento di Bisconti tre agguati con due morti" | VIDEO

Che dopo i colpi inferti dalla forze dell'ordine a Belmonte il clima fosse teso è dimostrato da alcuni episodi. Primo fra tutti l'omicidio, il 10 gennaio dello scorso anno, del pregiudicato Vincenzo Greco, ucciso mentre rincasava dal lavoro nei campi. L'8 maggio 2019 è il turno del commercialista Antonio Di Liberto, freddato poco dopo essere uscito di casa da una scarica di proiettili. Il 2 dicembre l'agguato a Benigno: due sicari, a bordo di uno scooter e col volto coperto da caschi integrali, noncuranti della presenza di numerosissimi passanti e approfittando del traffico in una via del centro cittadino, hanno esploso 9 colpi d’arma da fuoco contro la sua auto e soo fuggiti. Solo due proiettili hanno raggiunto il bersaglio ferendo alla spalla sinistra l’imprenditore, che è riuscito a guidare fino a raggiungere il pronto soccorso dell’ospedale Civico di Palermo. "E’ evidente - dicono gli inquirenti - che l’arresto e la successiva decisione di collaborare con la giustizia di Filippo Bisconti, all’epoca capo del mandamento, avessero provocato delle forti ripercussioni".

Per gli investigatori il ruolo di leader assunto da Tumminia è stato subito chiaro. Tra gli elementi chiave "la richiesta, formulata da un avvocato penalista al capo famiglia, di intervenire per fargli riscuotere un credito che da anni vantava nei riguardi di uno dei suoi assistiti";
ma anche il fatto che a lui fosse stata affidata "la gestione di una controversia sorta tra alcuni sodali dopo una richiesta estorsiva formulata nei riguardi di un artigiano, fratello di uno degli uomini d’onore belmontesi". Le intercettazioni hanno svelato le lamentele dell’artigiano che, "dopo aver raccontato al fratello di aver ricevuto un 'pizzino' con la richiesta di soldi e minacce di morte e del coinvolgimento in tale vicenda di Stefano Casella e Antonino Tumminia (entrambi destinatari della una misura cautelare in carcere), si rivolgeva al capo famiglia affinché intervenisse per evitargli il pagamento". E ancora emergerebbe "il condizionamento del dipartimento regionale Sviluppo Rurale e Territoriale da parte del capo del sodalizio mafioso belmontese, il quale disponeva autonomamente i turni degli operai stagionali e organizzava a piacimento le squadre di lavoro, favorendo i dipendenti a lui vicini. L’ingerenza era tale che nel paese si era diffusa la convinzione che l’unico modo per ottenere un contratto stagionale fosse quello di parlarne direttamente con Tumminia, il quale si faceva vanto delle minacce fatte nei confronti dei dirigenti dell’ufficio locale non collaborativi".

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