Venerdì, 30 Luglio 2021
Mafia

Clan di Belmonte Mezzagno, chiesta la condanna a 12 anni del presunto capo Tumminia

La Procura ha invocato anche 10 anni per l'imprenditore Giuseppe Benigno, scampato ad un agguato a dicembre del 2019, nonché per tre forestali accusati di favoreggiamento aggravato

Il frame di un'intercettazione

La Procura chiede la condanna a 12 anni di carcere del presunto nuovo capo del clan di Belmonte Mezzagno, Salvatore Francesco Tumminia, che venne fermato a gennaio dell'anno scorso dai carabinieri. L'aggiunto Salvatore De Luca ed il sostituto Bruno Brucoli hanno chiesto la condanna anche di altri cinque imputati, tra cui l'imprenditore edile Giuseppe Benigno, che scampò ad un agguato il 2 dicembre del 2019.

Il processo si sta svolgendo con il rito abbreviato davanti al gup Simone Alecci, la sentenza dovrebbe arrivare a settembre. Per Benigno il pubblico ministero ha chiesto 10 anni di reclusione. Per Giuseppe Cuccia sono stati invocati 6 anni, mentre per Giovanni Migliore e Francesco Corso, 4 anni a testa, accusati di favoreggiamento aggravato. Si tratta di tre operai forestali in servizio nel distaccamento di Belmonte dove, secondo l'accusa, Tumminia avrebbe fatto il bello ed il cattivo tempo, decidendo persino i turni dei lavoratori. Infine è stata chiesta una condanna a 4 anni, sempre per favoreggiamento aggravato, per Giovan Battista Bisconti: per la Procura, dopo aver subito una richiesta di pizzo, avrebbe cercato di mediare e, quando venne chiamato dai carabinieri per fornire informazioni sulla vicenda, avrebbe negato le evidenze emerse dalle indagini.

L'inchiesta si inserisce nell'ambito dei mutamenti nel clan di Belmonte determinati dall'operazione "Cupola 2.0", di dicembre 2018, con cui fu stroncato il tentativo di ricostituire la Commissione provinciale di Cosa nostra. Subito dopo gli arresti, si pentì il boss di Belmonte, Filippo Bisconti, e il suo "feudo" andò in fibrillazione.

Secondo gli inquirenti, si scontarono le fazioni fedeli a Bisconti e quelle legate invece a Tumminia, che era già stato arrestato nel 2008 con l'operazione "Perseo" ed era da poco tornato in libertà. Una faida in cui si inserirebbero gli omicidi del commericialista Antonio Di Liberto, ucciso a maggio del 2019 con sei colpi di pistola mentre usciva da casa sulla sua Bmw, e quello di Vincenzo Greco, eliminato a gennaio del 2019 mentre si trovava in un suo casolare di campagna. Il 2 dicembre di quell'anno, toccò poi a Benigno, che riuscì tuttavia a salvarsi e si rifugiò poi a Mantova.

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