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Mafia, sete di sangue e potere: così la cosca controllava il territorio

Omicidi, rapine, intimidazioni, spedizioni punitive. Queste alcune delle attività esercitate dalla famiglia di Bagheria e dalle "costole" della provincia. Le indagini hanno fatto luce su 44 episodi di estorsione, sull'omicidio di Antonino Canu e su quello tentato di Nicasio Salerno

"Andiamo a Bagheria, prendiamo una testa di capretto, gli prendiamo due cartucce di fucile normali e gliele mettiamo in bocca nella testa di capretto, ci mettiamo un bigliettino... stai attento a cosa fai (…) che loro già lo capiscono che non devono romperci…". Queste le parole di Salvatore Lo Piparo, uno dei "soldati" della famiglia mafiosa di Bagheria, proferite al "collega" Giovanni Di Salvo durante la pianificazione di un'intimidazione ad uno dei tantissimi commercianti all'ingrosso di pesce di Porticello, frazione di Santa Flavia. Ma intimidazioni ed estorsioni erano solo alcune delle tante attività a cui si dedicava il mandamento mafioso, in fibrillazione per la ricostituzione di un sodalizio al capo del quale c'era proprio la cosca bagherese, azzerata grazie all'operazione "Reset" dei carabinieri che ha portato oggi al fermo di 31 persone. (I NOMI)

"Sono risultati fondamentali gli elementi forniti dal pentito Sergio Rosario Flamia - spiega il sostituto procuratore Francesco Messineo - di cui abbiamo trovato riscontro. Il dato che infonde ottimismo è che venti imprenditori hanno deciso di affidarsi allo Stato, denunciando richieste di pizzo a cui erano stati sottoposti". Le indagini dei carabinieri hanno evidenziato 44 episodi di estorsione rivolti a commercianti di pesce, aziende di macellazione ed imprenditori edili ai quali la "famiglia" imponeva alcune ditte vicine. Ma questo, durante la fase di ricostruzione della cosca, ha creato non pochi problemi. In una circostanza è stato intercettato dal carcere Giacinto Di Salvo, finito in manette al termine dell'operazione "Argo". Quest'ultimo avrebbe detto al genero di recarsi da Giuseppe Comparetto, reggente della famiglia di Ficarazzi, per chiarire alcuni punti con Giuseppe Di Fiore, reggente della consorteria di Bagheria, e con Carlo Guttadauro, uomo d'onore e suo collaboratore: "ho problemi con questi scemi…a Ficarazzi comandano… comandavamo io e lui… pure a Ficarazzi e loro tutti muti… e glielo dici che glielo fa sapere di starsi muti…". E per contrastare la gestione Di Fiore-Guttadauro, Di Salvo avrebbe anche fatto presente ai familiari che a breve sarebbe stato scarcerato un uomo a lui vicino, Tommaso Lo Presti, che "… non li farà avvicinare lui a Ficarazzi…".

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SPEDIZIONI PUNITIVE - Nello stesso filone di indagini si è potuto fare luce sul tentato omicidio di Nicasio Salerno e su quello consumato di Antonino Canu, entrambi verificatisi a Caccamo. Il primo caso si verificò il 23 agosto 2005, quando due uomini travisati ed armati tesero un agguato a Salerno che si trovava in compagnia della moglie. Ma i colpi di pistola esplosi non lo raggiunsero e Salerno riuscì a fuggire rifugiandosi nella stazione dei carabinieri. A premere il grilletto era stato Emanuele Cecala, convinto che il furto di un escavatore di un suo zio fosse riconducibile al Salerno. Un epilogo diverso fece Canu, ucciso con tre colpi di arma da fuoco a "bruciapelo". Secondo i carabinieri i colpi sarebbero stati sparati all'interno dell'auto di Michele Modica, detto "l'americano", reggente di Altavilla fortemente voluto dai vertici del sodalizio mafioso dopo gli arresti dell'operazione "Argo".

Quest'ultimo, assieme a Cecala, aveva teso a Canu una trappola culminata nel peggiore dei modi. Il giorno dopo l'omicidio, Modica è stato "beccato" in un'intercettazione durante una conversazione con un uomo fidato al quale chiedeva di andarlo a recuperare allo sfasciacarrozze dove si era liberato del mezzo che ormai scottava. A parlare di lui era stato il pentito Flamia, che agli inquirenti ha raccontato di essere stato messo al corrente da Modica stesso di avere partecipato all'omicidio. Le due vittime, appartenente ad un gruppo criminale, si sarebbero resi protagonisti di colpi non autorizzati da Cosa nostra.

Ma l'elenco dei reati prosegue. Un altro settore di particolare interesse per la consorteria era quello delle rapine, una delle quali avvenuta in un'abitazione di Altavilla Milicia. Ma molte altre sono quelle sventate dai carabinieri. Per i colpi, come per le estorsioni, la "famiglia" utilizzava alcune delle numerose armi di cui disponeva il sodalizio, "sfoggiate" al momento giusto per intimidire i commercianti che non volevano "mettersi a posto". Le indagini dei militari hanno chiarito anche i dettagli dell'incendio punitivo ai danni di un professionista di Aspra: tre uomini entrarono in casa e, dopo aver immobilizzato e condotto fuori il domestico, cosparsero di benzina l'appartamento per appiccargli fuoco. La vicenda fu ricollegata ai due esecutori Giuseppe Comparetto e Carmelo Bartolone, nonché ad Onofrio Morreale (all’epoca reggente del mandamento bagherese). Volevano punire il professionista per aver venduta un'abitazione ad una persona non gradita.

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