Giovedì, 29 Luglio 2021
Mafia

"Tieni i soldi, un giorno mi farai una bomba": mafia, salgono a 48 gli arresti

Dopo tre giorni di latitanza catturato a Misilmeri Giusto Francesco Mangiapane, finito in carcere nell'ambito dell'operazione Cupola. Avrebbe costretto una coppia a pagare 140 mila euro come risarcimento per l’infortunio di un loro dipendente. La strana richiesta a un imprenditore

Giusto Francesco Mangiapane

Dopo il blitz antimafia Cupola 2.0 e tre giorni di latitanza anche Giusto Francesco Mangiapane finisce in carcere. I carabinieri del Nucleo investigativo di Palermo e della stazione di Misilmeri hanno arrestato il 42enne, nato a Ciminna ma residente proprio a Misilmeri. E’ stato catturato questa notte, alle 4, e portato in galera a Termini Imerese. Mangiapane era sfuggito alla cattura nel corso dell’operazione che è servita a smantellare l’organizzazione criminale e ad arrestare il presunto erede del capomafia Totò Riina. Dopo l'interrogatorio di garanzia è tornata in libertà Rosalba Crinò: non ci sarebbero prove sufficienti da giustificare la misura cautelare.

Il 42enne, considerato uno degli affiliati della famiglia di Misilmeri-Belmonte Mezzagno, è accusato di estorsione con l’aggravante dell’associazione mafiosa. Secondo la Procura avrebbe costretto due persone, marito e moglie (che alla fine hanno denunciato tutto ai carabinieri), a pagare 140 mila euro come risarcimento per l’infortunio che aveva coinvolto un loro dipendente. Mangiapane si sarebbe presentato in qualità di genero dell’operaio rimasto ferito durante l’accensione dei fuochi d’artificio in occasione della festa patronale di Villafranca Sicula, nell’Agrigentino, durante l'estate del 2012.

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Insieme a Mangiapane, ricostruiscono gli inquirenti, si presentò anche il “noto delinquente di Misilmeri con precedenti per mafia” Pietro Merendino. A quel punto l’imprenditore, impaurito per la presenza dei due, decise di convocare suo fratello e suo padre per avere un supporto nel magazzino dove si erano presentati gli emissari di Cosa nostra. Davanti ai tre Mangiapane e Miserendino decisero di concedere loro due mesi di tempo per pagare. “Se no potete corrispondere interamente la somma di 140mila, decidete voi una cifra congrua perché non voglio l’elemosina”.

All’indomani dell’incontro iniziò la persecuzione di Mangiapane nei confronti dell’imprenditore attraverso una serie di telefonate minacciose fatte con l’obiettivo di ottenere il pagamento: “Comu io a finire?”. Da allora, dopo aver abbassato la pretesa economica da 140 mila a 80 mila, e infine a 45 mila, l’imprenditore per un periodo si piegò pagando 500 euro al mese. A fronte delle pressioni e dei problemi economici, Mangiapane prima propose all’imprenditore di fare una rapina per potere pagare, poi di farsi fare un prestito da 25 mila euro, di cui 20 mila dovevano andare alla “famiglia”.

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Un circolo vizioso che rischiava di portare nell’abisso l’imprenditore e coinvolgerlo in cose ben più gravi: “Durante la denuncia ha dichiarato che, in un successivo momento di gravi ristrettezze economiche, era stato egli stesso a ricorrere al sostegno del Mangiapane, il quale aveva esaudito la sua richiesta d’aiuto, girandogli un assegno di 800 euro. Nella medesima circostanza - si legge nel decreto di fermo firmato dal giudice - Mangiapane gli aveva preannunciato però la probabilità che un giorno gli avrebbe potuto chiedere di costruirgli un ordigno artigianale. Dopo tale richiesta, consapevole della pericolosità sociale dell’interlocutore e per paura di rimanere coinvolto, pur non volendo, in qualche evento grave, il  ******* maturava la decisione di rivolgersi ai carabinieri e di denunciare tutta la verità”.

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