"Ha preso 355 mila euro da società sequestrata", arrestato amministratore giudiziario

Ai domiciliari per peculato e autoriciclaggio il palermitano Maurizio Lipani. In carcere Epifanio Agate, figlio del boss deceduto nel 2013: è accusato di aver continuato a gestire clienti e fornitori riscuotendo anche i crediti pendenti

(foto archivio)

Agli arresti domiciliari per peculato e autoriciclaggio il commercialista palermitano nonché amministratore giudiziario Maurizio Lipani. A eseguire l’ordinanza richiesta dalla Direzione distrettuale antimafia ed emessa dal gip del tribunale di Palermo sono stati gli agenti della Dia di Trapani che hanno inoltre portato in carcere Epifanio Agate, imprenditore ittico e figlio del boss Mariano Agate (deceduto nel 2013), storico alleato dei corleonesi di Totò Riina e capomandamento mafioso di Mazara del Vallo. Ai domiciliari anche la moglie, Rachele Francaviglia.

“Secondo gli investigatori - spiegano dalla Dia - Agate, che aveva subito un sequestro di alcune aziende operanti nel settore del commercio ittico, avrebbe continuato a gestirle violando l'articolo 76 del codice antimafia. Agate, ‘a fronte dell'inerzia di Lipani’, che ricopriva l'incarico di amministratore giudiziario, avrebbe continuato a contattare clienti e fornitori riscuotendo anche i crediti pendenti. Francaviglia, invece, è titolare delle aziende sequestrate”.

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Senza alcuna autorizzazione da parte del tribunale il commercialista palermitano - stando a quanto ricostruito dagli inquirenti - avrebbe distratto a proprio personale vantaggio, in più soluzioni e mediante prelevamenti di contante e bonifici sui propri conti personali, somme di pertinenza delle aziende sequestrate agli Agate. Analoga sorte sarebbe capitata per altre imprese colpite da provvedimenti giudiziari e che a Lipani erano state affidate in qualità di custode o amministratore giudiziario "omettendo - spiega la Dia - di adempiere agli obblighi di rendicontazione”.

Per il gip Maurizio Lipani "ha agito in evidente disprezzo delle più elementari regole dell'ufficio di diritto pubblico che ha ricoperto" accendendo "nuovi conto correnti, effettuando bonifici e disponendo, senza alcuna autorizzazione del giudice delegati alla procedura, del denaro delle imprese sequestrate che versava sul proprio conto corrente". "Si tratta di condotte assai gravi - scrive ancora il gip - protrattesi, in relazione al delitto di peculato ai danni della società Moceri olive società agricola, per un lungo lasso di tempo nel corso del quale l'indagato non ha mai richiesto alcuna liquidazione di compensi, ma si è comunque ppropriato, avendone la disponibilità, di denaro della società in sequestro denaro di cui ha comunque continuato a disporre indebitamente anche dopo l'adozione del decreto di confisca".

In pochi anni il commercialista avrebbe distratto somme per oltre 355 mila euro, continuando anche dopo la confisca delle aziende e il passaggio della gestione all'Agenzia nazionale dei beni confiscati. Le indagini della Direzione investigativa antimafia infatti non sono concluse: c’è il sospetto che il commercialista, nei cui confronti è stato disposto un sequestro per equivalente, "possa aver distratto altro denaro" e che possa avere avuto "collusioni" con indagati sottoposti a misure di prevenzione.

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Articolo aggiornato il 14 ottobre 2019 alle ore 16.35

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