Mafia Zen

L'agguato e il duplice tentativo di omicidio allo Zen, restano in carcere i 4 indagati

Il gip ha convalidato il fermo per Vincenzo Maranzano, Attanasio Fava e a Giovanni e Nicolò Cefali: sono accusati di aver sparato all'impazzata e ferito Giuseppe e Antonino Colombo, padre e figlio, il 23 marzo in via Patti, nell'ambito di una faida mafiosa

Il gip Filippo Serio ha convalidato il fermo e ha applicato la custodia cautelare in carcere ai quattro indagati per l'agguato avvenuto allo Zen, tra via Patti e via de Gobbis, il 23 marzo in cui sono rimasti feriti Giuseppe e Antonino Colombo, padre e figlio. Il giudice ha dunque ravvisato il pericolo di fuga (necessario per l'emissione del fermo) e ha ritenuto anche fondata la ricostruzione fornita dal procuratore aggiunto Salvatore De Luca e dai sostituti Amelia Luise ed Eugenio Faletra, che coordinano l'indagine della squadra mobile.

Restano così in cella Vincenzo Maranzano, Attanasio Fava, nonché Giovanni e Nicolò Cefali, padre e figlio. Il primo, difeso dall'avvocato Rosanna Vella, è l'unico che durante l'interrogatorio ha deciso di avvalersi della facoltà di non rispondere. Fava (assistito dagli avvocati Alfonso Papa e Debora Speciale), ieri aveva invece sostenuto davanti al giudice che al momento della sparatoria non si sarebbe trovato in via Patti. I Cefali (difesi dall'avvocato Carlo Catuogno) sono stati interrogati questa mattina ed hanno respinto le accuse, dichiarandosi innocenti.

In cacere, inoltre, si trovano anche i fratelli Litterio e Pietro Maranzano, che erano stati fermati poche ore dopo la sparatoria. L'accusa per tutti e sei gli indagati è di tentato omicidio aggravato dall'aver favorito Cosa Nostra. Secondo la Procura, infatti, quella andata in scena allo Zen sarebbe un faida, culminata nell'agguato dopo una serie di screzi, tra i Maranzano e i Colombo.

I primi avrebbero voluto allontanare le vittime dal quartiere, dopo aver appreso che i Colombo avrebbero discusso dello stesso tipo di "provvedimento" da prendere nei loro confronti con un indagato per mafia. Fondamentali per la ricostruzione dei fatti sono state prima la testimonianza di una donna, che era presente al momento dell'agguato ed aveva pure chiamato la polizia, e poi - dopo un'iniziale reticenza, legata al timore di ritorsioni - anche la versione fornita da una delle vittime, Giuseppe Colombo.

In base ai loro racconti, tutto sarebbe nato da una spallata data da uno dei figli di Colombo a Nicolò Cefali, davanti a un bar. Da lì si sarebbero susseguiti diversi scontri, testate e anche un incontro per tentare (inutilmente) di far fare pace ai due gruppi, fino all'agguato. Le indagini però sono tutt'altro che concluse perché il commando sarebbe stato composto da ben più di sei persone, tanto che, tra testimonianze e immagini riprese dalle telecamere di sorveglianza, ne sono state individuate almeno altre tre.

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