Mafia Monreale

Gli occhi della mafia sulle slot machine, la parabola del boss esiliato in Friuli

Da reggente della famiglia di Monreale ad esiliato in un paesino in provincia di Udine: il passo falso di Ciulla, che si sarebbe "appropriato" di soldi destinati invece nelle casse di Cosa nostra

Da reggente della famiglia di Monreale ad “esiliato” in un paesino in provincia di Udine. “Quindici giorni che non dormo  e... oggi... oggi ho trovato un lavoro qua... per 30 euro al giorno dalla mattina alle 6 alla sera alle 6. Sono in una casetta in campagna senza stufa, cioè la stufa c'è, però non c'è la legna. Eh... sono tipo abbandonato dal mondo”, dice Giovan Battista Ciulla, in passato fisioterapista a domicilio. Nel mezzo una delle tante attività che interessano e foraggiano le casse di Cosa nostra, il controllo del territorio tramite la gestione (fra le altre cose) delle “macchinette” piazzate praticamente in ogni bar. Le video slot machines che “mangiano” i soldi dei tantissimi giocatori. “lo con un altro picciotto - si dicevano al telefono - minchia agganciava tatto… tutto il centro di qua, minchia come giocavano in quelle macchinette”.

L’imposizione delle slot machine e “l’appalto” del servizio alle ditte legate alla mafia, insieme allo spaccio di marijuana e altro ancora, era uno dei business sui quali Cosa nostra aveva e ha messo gli occhi. Emerge questo dalle intercettazioni fatte dai carabinieri con il coordinamento della Dda di Palermo nell’ambito dell’operazione “Monte reale”, culminate nell’arresto di 16 persone. Alcune di loro già detenute dopo l’altro blitz dei carabinieri “4.0” risalente allo scorso marzo. Diversi filoni di una più grande e unica indagine che ha fatto luce su alcuni meccanismi di controllo utilizzati dai “boss” locali e sugli equilibri tra le famiglie sempre in fibrillazione. Per portare a Monreale e Pioppo nuove macchinette nei bar, Ciulla si è avvalso fra gli altri di Antonino Serio. Uno che per sua stessa ammissione sapeva di cosa si parlava: “Minchia avevo una sala giochi (in zona corso Olivuzza ndr) e mi sono preso allora questo locale... minchia agg… agganciava via Re Federico... “.

Per l’organizzazione ogni slot poteva fruttare un cospicuo bottino, da recuperare tra l’azienda incaricata dell’installazione e il pizzo imposto mensilmente. “Trova il pollo e mi fa mettere due macchinette. No, gli ho detto, carta bianca non ne ha ... perché qua siamo Pioppo e Monreale ... non siamo a Palermo oppure siamo da altre parti. E poi si è ripreso ... e poi si è ripreso perché ha visto che ha sbagliato!”, commentavano Ciulla e uno dei suoi fedelissimi, Onofrio Buzzetta, nel giorno di Natale. E così iniziarono alcuni dei sopralluoghi per individuare le attività commerciale alle quali estorcere denaro tramite l’installazione dei videoslot. “Domani vai a prenderti il caffè… te lo puoi andare a prendere il caffè al…e programmare successivamente una trattativa per l'eventuale inserimento”.

Il business dei videoslot interessava un po’ a tutti, come ai Lupo, infastiditi tra l’altro dall’atteggiamento di Ciulla che si sarebbe appropriato di parte dei soldi che sarebbero dovuti andare nelle casse di Cosa nostra. “Il fatto di queste macchinette a Monreale. Quello hai capito quanto si futtìo dalle macchinette…”, diceva Salvatore - divenuto reggente dopo l’arresto di Francesco Balsano - a “zio Pippo”. E non sarebbe neanche l’unico passo falso fatto dall’ex fisioterapista, reo di aver intrattenuto una relazione sessuale con la compagna di un ex detenuto. “L’ex moglie comunque, no moglie” spiegava lei, mentre lui cercava di chiarire come funzionassero le cose: “No perché queste cose non si fanno…No, gliene frega! Eh, tu di chi sei moglie? Non si toccano, non si guardano”.

Così Ciulla, avvisato dai suoi familiari più stretti, fu costretto a scappare a Paluzza, un paesino di poco più di duemila anime in Friuli. Negli otto mesi di assenza fu Lupo a incassare i soldi dall’indotto delle slot. “Ma Blandino li ha fatti più? Ne ha fatti più regali?”, gli chiedeva il cognato Alberto Bruscia. “A me non ha fatto niente”. E così lo avvicinarono nella sua agenzia di scommesse, chiedendogli informazioni generiche sull’attività e le prossime macchine da piazzare. Non ad Aquino però. “…Gliele ho messe a chiunque, lo sai qual è il discorso, che mi hanno fatto dieci furti”.  Ma il suo interlocutore lo rassicurava: "Tu lo sai non c'è bisogno che te lo dico io. Noi altri dobbiamo lavorare dov’è che a noi altri non ci rompe la minchia nessuno. Va bè…io ti ho dettato tutto l’altra volta, in otto mesi (dalla partenza di Ciulla ndr), quello che è, da quando se n’è andato quello, ti ha inquietato nessuno? Vedi tu! Quello che ci puoi dare, ci dai”.

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