Dalla razzia di Nola alle "legnate" di Palmi, boss e guerre tra tifosi: "Stanno acchianannu armati"

Gli ultras del Palermo sotto il controllo di Cosa nostra, pronta a dirimere le liti tra tifosi dei gruppi organizzati ed a garantire l'ordine all'interno del Barbera. E' quanto emerge nelle carte dell'operazione "Resilienza", con cui si è assestato un duro colpo al mandamento di Porta Nuova

La rissa tra tifosi a Palmi

Gli ultras del Palermo sotto il controllo di Cosa nostra, pronta a dirimere le liti tra tifosi dei gruppi organizzati ed a garantire l'ordine all'interno del Barbera. E' quanto emerge nelle carte dell'operazione Resilienza, che oggi ha assestato un duro colpo al mandamento di Porta Nuova. L'operazione eseguita dai carabinieri delinea "l’attuale ruolo di Cosa nostra palermitana nell’ambito del controllo sulle tifoserie organizzate del Palermo Calcio", si legge nelle pieghe dell'ordinanza.

Obiettivo: evitare contrasti fra gruppi di tifoserie ultras rivali che potrebbero, stando alle stesse parole che si leggono nelle carte, da parte di Jari Ingarao, figlio del defunto Nicola Ingarao (già ai vertici del mandamento di Porta nuova), causare una diminuzione di spettatori: "…Queste cose non devono esistere! Perché qua si sta arrivando al punto che la curva va a restare vacante, perché neanche entra alcuno allo stadio! Siccome ora si devono evitare tutte queste cose ….". A tal fine Ingarao, portavoce diretto dello zio Angelo Monti (attuale vertice della famiglia di Borgo Vecchio), ha dato forza al ruolo di Giorgio Mangano, già individuato in passato come referente unico per la risoluzione delle problematiche fra ultras palermitani. "Questa circostanza - si legge nell'ordinanza - dimostra tre dati assolutamente chiari: la mafia ha interesse affinché all’interno dello stadio di Palermo non si verifichino disordini che possano pregiudicare l’afflusso di spettatori presso quell’impianto; l’organizzazione mafiosa ha incaricato, già da tempo, Mangano a gestire i contrasti fra ultras. Mangano, in tal modo, risponde direttamente, in quanto interno, alle esigenze della consorteria criminale; i capi ultras (Johnny Giordano, in primis, ma non solo), si avvalgono della struttura di Cosa nostra per dirimere contrasti interni, accettando (più o meno di buon grado) le decisioni e le strategie dei vertici mafiosi e rendendosi in tal modo funzionali agli scopi di questi".

Operazione Resilienza, l'elenco degli indagati

Ecco uno degli episodi che fanno capire come stanno le cose: tra il 20 settembre 2019 e il 21 settembre, attraverso la mediazione di “Mimmo”, e Mangano, lo storico capo ultras palermitano Johnny Giordano (che non risulta tra gli indagati nell'operazione di oggi ndr) raggiunge l'abitazione di Ingarao chiedendo appunto l’intervento “qualificato” di Jari Ingarao e dello zio, Angelo Monti, il boss del Borgo, per dirimere in suo favore alcune discussioni sorte tra lo stesso e altri due capi ultras (Rosario Fabrizio Lupo e Saverio Bevilacqua), i quali gli avevano vietato di esporre striscioni all’interno del Barbera per la partita tra il Palermo e il Marina di Ragusa. Johnny Giordano, come già detto, è uno storico capo ultras, ora al vertice del gruppo "Ultras Palermo 1900", che occupa una porzione della Curva Nord superiore, limitrofa all’area occupata dal gruppo "Curva Nord 12", altro gruppo nell’ambito del quale cui Lupo e Bevilacqua ricoprono attualmente un ruolo primario e decisionale.

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“Mimmo” aggiungeva che “Johnny”, aveva avuto una discussione con i due ed era loro intenzione riportare la vicenda allo zio di Ingarao, chiedendo di fatto un intervento “qualificato” del reggente mafioso della zona di Borgo Vecchio per dirimere la problematica in loro favore: Giordano a quel punto fa un riferimento alla sua conoscenza personale con “Pinuzzo”, nomignolo con cui viene solitamente indicato Giuseppe Gambino, altro personaggio di spicco della famiglia mafiosa di Borgo Vecchio. "Ma tu lo conosci a questo Saverio Lupo? - chiede Mimmo a Ingarao -. Quello Saverio... quello che gli hai dato la testata allo stadio. Ci si è litigato Johnny... ha avuto una discussione…". Nasce una tregua che crolla poco tempo dopo quando scoppia un altro motivo di frizione fra i due gruppi ultras, questa volta connesso al comportamento di alcuni membri del gruppo Ultras Palermo 1900 di Giordano, in occasione di una trasferta del Palermo a Nola, avvenuta il 27 ottobre 2019. Anche in questo caso, sarà Mangano, coadiuvato da altri qualificati appartenenti a Cosa nostra, a evitare che la situazione degenerasse in scontri aperti, durante la successiva partita casalinga, eventualità che avrebbe potuto contrastare con la linea dettata dai vertici di cosa nostra di Porta Nuova.

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I fatti di Nola

Ecco i fatti ricostruiti dagli inquirenti come si legge all'interno dell'ordinanza: a Nola - in provincia di Napoli - arrivano circa 250 tifosi palermitani a bordo di 5 pullman. Due mezzi sono organizzati dal leader della Curva Nord 12; altri due da Pasquale Minardi, leader della Curva Nord Inferiore e uno da Johnny Giordano del gruppo Ultras Palermo 1900. Quest'ultimo pullman viene bloccato da diversi tifosi nolani che, minacciando i supporters rosanero, si facevano consegnare magliettine, bandierine e sciarpe, poi esibiti come cimeli e “bottini di guerra” dagli spalti durante la partita. Al rientro a Palermo, quanto accaduto a Nola genera scompiglio e malumori tra i vari gruppi organizzati delle tifoserie rosanero e, nello specifico, la “Curva Nord 12”, nelle persone di Lupo e Bevilacqua che intimano Giordano di dover dare una punizione esemplare ai suoi militanti, rei di non aver resistito all’affronto subìto, vietandogli di entrare allo stadio di Palermo per le partite casalinghe. 

Lupo pretende anche che a Giordano venga inibito di esporre, dentro lo stadio di Palermo, il consueto striscione del suo gruppo, “Ultras Palermo 1900”.  In merito, viene indetta una riunione per discutere il da farsi. Giordano, appreso della riunione, parlando con tono dimesso a Lupo sottolinea che “…se non fosse per il suo peso io la cosa l'avrei chiusa in un’altra maniera, ma siccome ti sei messo di mezzo tu, io voglio darti soddisfazione e adesso ti sto chiedendo se dobbiamo presenziare alla riunione o meno? Fabrizio decidi tu!”.

Lupo non si mostra favorevole alla presenza di Giordano alla riunione del suo gruppo, né tantomeno dei suoi militanti, tant’è che giunta a Giordano la voce che la loro presenza non fosse gradita, questi riferisce al telefono ad uno dei suoi, Giovanni Tripoli: “Stasera perchè non eviti di andare alla 'dodici', non ci andare, io non ci vado non c'è motivo di andarci a dare 'mussu dà' lasciali perdere Giovà”. Giordano - avendo sentore che tutte le tifoserie organizzate si erano coalizzate contro lui e i suoi ragazzi - tenta di mediare per “chiudere il discorso”, effettuando un accordo con Orazio Sciacchitano, ritenuto, anche per sua diretta ammissione, il capro espiatorio dei fatti di Nola.

In particolare, Giordano architetta una scusa per convincere gli altri a non punire l’intero gruppo; doveva girare voce che lui stesso avesse picchiato Sciacchitano ordinandogli di non andare allo stadio. Questa versione di comodo viene ribadita anche a tale Matteo, un altro militante, che all’affermazione “… gira la voce che tu (inteso Johnny) hai alzato le mani ad Orazio e l’hai fatto per punirlo... “ Giordano risponde “…no è stato solo rimproverato...” e che era stato  “maltratto solo per chiudere il discorso”. Infatti il 30 ottobre viene intercettata una conversazione tra Giordano e Sciacchitano dalla quale si evince che quest'ultimo, rammaricato per quanto successo e ammettendo le sue debolezze, aveva ammesso di essere la causa dei problemi di Nola e pertanto avrebbe voluto auto-escludersi dal gruppo, per non danneggiare altri. Di particolare importanza risulta la successiva conversazione, intercettata tra Lupo e Giordano col primo che si lamenta del comportamento dei “ragazzi” di Giordano, rei di aver fornito versioni contrastanti sui fatti di Nola e fa capire di aver l’impressione che questi avesse mentito sulla punizione inferta. "Eh....ci sono andato a Bagheria... fino a Bagheria... l'ho maltrattato a Bagheria... il problema che è questo?", dice Giordano a Lupo. "Il problema è la presa per il culo che avete tutti Johnny...". "Fabrizio... andiamo al sodo... i tuoi vogliono che io tolgo lo striscione? parla chiaro... i tuoi vogliono che io tolgo lo striscione? dimmelo... se i tuoi vogliono... domenica prendo e lo tolgo lo striscione". Risposta: "Sì, tutti vogliamo tutti così".

Il forte contrasto spinge lo storico capo ultras a ricorrere nuovamente, come fatto in precedenza, all’intervento di Cosa nostra, non solo interessando Mangano ma anche altri due noti soggetti, Giovanni Giammona e Luigi Giardina, in previsione di un incontro risolutore voluto da Giordano e dal duo Lupo-Bevilacqua. Giordano telefona anche allo storico capo ultras, Sesto Terrazzini, per informarlo sui fatti e gli spiega che tutto era successo per una “minchiata” ("dimmi tu una maglietta che e e tre sciarpe a che cosa... li può perdere chiunque". L'incontro si tiene in un bar in zona Papireto. Alla fine Giordano - anche se a fatica - riesce ad ottenere l’autorizzazione di Mangano ("l'unico problema era Orazio ed Orazio non viene più va bene?", dice Giordano in una telefonata a un tale Daniele) a continuare ad esporre il proprio striscione di appartenenza, “Ultras Palermo 1900”, nella partita successiva col Corigliano. La risoluzione della controversia lascia però strascichi polemici all’interno del gruppo tanto che, nei giorni successivi alla partita del 3 novembre, alcuni membri manifestano la loro volontà di dissociarsi.

La rissa di Palmi

Poco dopo - è il pomeriggio del 17 novembre 2019 - c'è la nota rissa di Palmi (in provincia di Reggio Calabria), dove si disputa l’incontro calcistico fra la Palmese e il Palermo, valevole per la 12ª giornata del campionato dilettantistico di serie D, Girone I. Durante l’intervallo fra il primo e il secondo tempo si scontrano i supporters palermitani, con diversi feriti. Coinvolti i gruppi di tifosi rosanero in trasferta.

"Già nelle fasi dell’organizzazione della trasferta di Palmi - si legge nell'ordinanza - si era percepito che fra il Gruppo della Curva Nord 12 e quello di Pasquale Minardi (ovvero quello della Curva Nord Inferiore) ci fossero dei dissapori, tanto che Andrea Lo Iacono, leader della piccola curva sud, aveva tentato di fungere da tramite fra Minardi e Bevilacqua. Le attività di intercettazione permettono di ricostruire le dinamiche che avevano portato ai violenti scontri fra i tifosi palermitani e, nello specifico, si apprende che, per le annose problematiche legate alla leadership, per le quali esistono contrasti espliciti, da sempre, fra Lupo e Bevilacqua, leader del gruppo Ultras Curva Nord 12 del Palermo e Minardi, le acredini sfociano apertamente negli scontri di Palmi, provocati dai tifosi del gruppo di Minardi, che hanno visto soccombere quelli legati a Lupo e Bevilacqua".

La rissa di Palmi, come prevedibile, crea però degli strascichi nell’immediato, tanto da innescare potenzialmente, già nella stessa serata, ulteriori scontri fisici fra le avverse fazioni, comunque esterni allo stadio. "Infatti, alcune frange del gruppo Ultras Curva Nord 12, rientrati a Palermo dopo la trasferta calabrese, avevano meditato di organizzare delle spedizioni punitive a Borgo Vecchio (quartiere dove insiste la sede della Curva Nord inferiore); ma non solo: in questo contesto, Gaetano Dainotti, detto Barabba, tifoso militante della Curva Nord 12 nonché nipote paterno del capomafia Giuseppe Dainotti, ucciso a colpi di pistola il 22 maggio 2017, appresa la notizia direttamente da un altro tifoso che lo informava che "si stanno scannanu come i cani da fuora forsi cu chiddi ru burgu", andava in escandescenza riferendo, a vari interlocutori che lo contattavano per sapere il da farsi, "comunque ci stiamo organizzando" ed ancora “ouh li dovete ammazzare”. 

Si valuta di organizzare una spedizione punitiva alla sede della C.N.I. ("eh e che dobbiamo fare? ci dobbiamo scendere non ci dobbiamo scendere?" "io ho già tutto qua… i dolcini tutti dentro i souvenir dentro la macchina, pronti pronti". Un altro tifoso punta il dito contro un ragazzo della via Pitrè, e riferisce a Dainotti che “domani mattina lui stesso si recherà a casa di questo e ci andrà a bussare. Questo  è il suo primo pensiero...” "a questo M... questo questo... " “appunto questo si dovrebbe fare stasera no domani... stasera stesso". Dainotti risponde: "Bisogna scendere acchiapparlo e ammazzarlo e basta" “… non si deve parlare di pace...”. Lupo e Bevilacqua, sebbene sollecitati più volte dai tifosi a recarsi tutti presso la sede della Curva Nord Inferiore, ritenendo inopportuno portare lo scontro all’interno di Borgo Vecchio, nella serata radunano circa 90 aderenti al loro gruppo in territorio neutro, in piazzale Giotto, invitando allo scontro gli aderenti all’opposta fazione che, però, non si presentano all’appuntamento.

La rissa sancisce di fatto, una “guerra” tra le due tifoserie, facendo saltare i già precari equilibri. Le successive conversazioni intercettate dimostrano l’elevata tensione che si respirava all’interno della Curva Nord 12 e la ferma volontà di consumare, a tutti i costi, la vendetta nei confronti dei tifosi della Curva Nord Inferiore, ed in particolare contro Minardi, il leader. Dopo l’aggressione subìta dal "ragazzo di via Pitrè" la Curva Nord Inferiore non tarda a fare sentire la propria “voce”. Lupo e Bevilacqua danno ordine ai propri tifosi di compattarsi e di recarsi alla sede di via Pitrè dicendo che “…si dovrebbero affrontare 10 contro 10, a modo degli ultras, e non fuori dallo stadio per farsi arrestare". Nella tarda serata Francesco Sparacino contatta Bevilacqua informandolo che "ci chiamò....si fa" "tra 20 minuti al Bingo Politeama”. Questa conversazione palesa quindi l’imminente resa dei conti fra le due tifoserie rivali. I militanti della Curva Nord 12 si recano all’appuntamento, fissato nei pressi della sala Bingo di piazza Castelnuovo, in attesa dei tifosi della Curva Nord Inferiore che, addirittura, si sarebbero recati sul posto armati. Lupo dice a Bevilacqua nei testuali termini: “Stanno acchianannu e sunnu puru armati”

A questo punto, quando la situazione sembrava volgere al peggio, vengono avvisati il prefetto ed il questore di Palermo, proprio per prevenire gli imminenti scontri violenti fra i due gruppi ultras. "Lo scontro che sembrava imminente e caratterizzato anche dall’uso delle armi, fortunatamente non si realizzava, anche per la mancata presentazione al duello della Curva Nord Inferiore. Il mancato scontro fisico tra le due fazioni veniva interpretato dai due leader, Lupo e Bevilacqua, come un atto di codardia da parte di Minardi e dei suoi ragazzi, ma ciò non bastava a calmare gli animi, anzi sortiva l’effetto opposto, tant’è che in diverse conversazioni telefoniche il Lupo meditava vendette violente, riferendo: “… ora li ammazziamo a tutti a uno a uno…".

I dissidi però si concludono con un patto di non belligeranza, finalizzato a scongiurare disordini all’interno dello stadio di Palermo in occasione dell’ormai imminente partita casalinga del Palermo con il Messina. Infatti, nonostante gli animi fossero veramente accesi e in considerazione che gli scontri, più volte ricercati da Lupo e compagni per le strade di Palermo non si erano realizzati, i gruppi ultras, evidentemente ben consapevoli che non si sarebbero potuti spingere tanto oltre (violando le imposizioni più volte richiamate a Cosa nostra di Porta Nuova) da inscenare altri episodi di violenza all’interno dello stadio palermitano, decidono di raggiungere una tregua.
 

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