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"Qui pagano tutte le bancarelle", ma nessuno denuncia: il pizzo imposto dai boss pure a bar e ristoranti

Le intercettazioni dell'operazione "Centro" dalle quali emerge che in tanti avrebbero pagato il dazio a Cosa nostra, anche sotto forma di biglietto per partecipare ad una riffa. Tanti i malumori contro i boss Mulè: "Si fottono i picciuli" e qualcuno rimpiangeva di tempi di Alessandro D'Ambrogio

"Qua pagano tutte le bancarelle, Bangladesh...". Più chiaro di così è difficile: le parole di Massimo Mulè che, secondo la Procura, assieme al padre Francesco, avrebbe retto il clan di Palermo Centro almeno dal 2018, non lasciano dubbi. Pizzo a tappeto nei mercati storici (dove Franceso Mulè avrebbe persino deciso chi poteva aprire un ombrellone e vendere), ma anche a numerose attività commerciali, tra cui un bar di piazza Magione e un ristorante del Foro Italico. Come rimarcano però il procuratore aggiunto Paolo Guido ed i sostituti Giovanni Antoci, Luisa Bettiol e Gaspare Spedale nel provvedimento col quale stamattina sono state fermate oltre ai Mulè anche altre 7 persone, soltanto in pochi casi è stato possibile raccogliere gli elementi per formulare la contestazione. Perché evidentemente tutti pagano in silenzio e nessuno denuncia.

Il pizzo resta - come emerge anche da quest'ultimo blitz dei carabinieri, denominato "Centro" - una risorsa fondamentale per Cosa nostra, assieme alla droga, ma anche allo smercio di sigarette di contrabbando. E, come già era venuto fuori in altri quartieri in passato, i boss per cercare di evitare problemi avrebbero imposto la tangente costringendo i commercianti ad acquistare i tagliandi per una riffa clandestina. Dalle intercettazioni, però, emerge anche diversi affiliati non avrebbero ritenuto i Mulè i migliori boss possibili anche perché si sarebbero "fottuti i picciuli" e qualcuno rimpiangeva i "bei tempi" in cui c'era Alessandro D'Ambrogio, ora recluso al 41 bis.

I nomi degli indagati

Le estorsioni al bar, al ristorante e all'edicola

I pm hanno accertato che il clan avrebbe chiesto almeno mille euro al titolare del bar di piazza Magione e altri soldi anche per il ristorante del Foro Italico. Ma il pizzo sarebbe stato imposto anche ad un'edicola di corso Tukory e un commerciante, nell'aprile del 2021, sarebbe stato costretto ad acquistare un biglietto per la riffa. Nelle intercettazioni ci sarebbero però tantissimi riferimenti ad altre attività ("quella delle torte", "quello dello sgombro", per esempio) che avrebbero versato il dazio a Cosa nostra. Ma senza elementi più precisi e concreti è impossibile contestare l'estorsione. Un altro degli indagati, Gaetano Badalamenti, avrebbe poi preso l'abitudine di servirsi in una concessionaria senza mai pagare il conto e obbligando il gestore anche a trattare allo stesso modo altri suoi amici. In difesa del commerciante sarebbero intervenuti i Mulè, dicendogli che non avrebbe dovuto fare più nulla gratuitamente per Badalamenti.

I summit al bar e nei parcheggi

La contabilità di tutte le attività illecite sarebbe stata tenuta in un'agenda custodita in un'attività di un nipote dei Mulè e diversi titolari di bar, parcheggi e sale da barba avrebbero messo a disposizione dei due i loro locali per consentire summit segreti in cui padre e figlio avrebbero incontrato il boss Tommaso Lo Presti "il lungo" e anche Giuseppe Di Giovanni.

La cresta sulla cassa del clan

"Invece lui si può fregare i soldi e se li frega", dicevano di Massimo Mulè. "Quando una volta ci rissi (a Francesco Mulè, ndr): 'Vedi che glieli ho dati a tuo figlio' minchia si è bloccato, che gli va a dire a suo figlio: 'Ti sei preso i picciuli?', che gli dice? Appena glielo dice si ci deve litigare". Insomma i Mulè avrebbero fatto la cresta sulla cassa. Salvatore Goieli, fermato pure lui, ragionava: "Duecento, noialtri 80, ma nooo: 200 e noialtri 10, Niente! Perché così quello è inutile io mi 'siedo' e gli dico: 'Che vuoi fare? Mettiamo mano?". In un'altra intercettazione era Francesco Mulè a dire palesemente al figlio: "Tu fai finta che questi li prendi, te li prendi tu" e lui replicava: "Sì poi appena glieli dobbiamo dare, poi vediamo".

"Loro si prendono i soldi bello chiaro chiaro!"

Sempre Gioeli sosteneva poi: "U nicu (così è soprannominato Massimo Mulè, ndr) dopo arrivava: 'Tiè qua mille euro', che devo fare con mille euro per andare a prendere 15 anni di carcere, il problema io dico essendo che ci dobbiamo salvare tutti, ci salviamo... Loro si prendono i soldi, bello chiaro chiaro! La strategia, quella che ho visto io, è questa... Mica io sono vincolato... Mi ha detto u Nicu di portargli i soldi e vedere cosa si doveva fare, minchia tutto lui... si sono salvati tutti, ma lì c'è un'associazione".

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