I boss dell'Acquasanta in silenzio davanti al giudice, rispondono solo le donne del clan

I fratelli Fontana, ma anche il cugino, Giovanni Ferrante non hanno voluto chiarire la loro posizione davanti al gip. Michela Radogna, Rita Fontana e Letizia Cinà hanno invece spiegato che avrebbero sì amministrato del denaro ma ignorandone la provenienza illecita. Per ora è tornato libero solo un indagato

Com’era prevedibile la maggior parte degli arrestati nell’operazione “Mani in pasta”, con quale martedì scorso la guardia di finanza ha smantellato il clan dell’Acquasanta, si sono avvalsi della facoltà di non rispondere davanti al gip Piergiorgio Morosini. Hanno fatto eccezione le tre donne coinvolte nel blitz con 90 arresti, ovvero la moglie del boss Gaetano Fontana, Michela Radogna, la sorella, Rita, e la compagna di Giovanni Ferrante, Letizia Cinà. Per il momento, il giudice – che sta ancora interrogando gli indagati che si trovano agli arresti domiciliari – ha disposto una sola liberazione, quella di Alessio Salerno, che avrebbe lavorato in un centro scommesse abusivo. Durante le perquisizioni seguite agli arresti, inoltre, gli inquirenti avrebbero ritrovato dei documenti, giudicati “interessanti” e anche piccole somme di denaro.

I boss scelgono il silenzio 

I personaggi chiave dell’inchiesta, ovvero i boss Gaetano, Giovanni e Angelo Fontana, che secondo il procuratore aggiunto Salvatore De Luca ed i sostituti Amelia Luise e Dario Scaletta avrebbero comandato all’Acquasanta, così come il loro cugino, Giovanni Ferrante, che sarebbe stato il loro “braccio” sul territorio, ma anche Giulio Biondo e Domenico Passarello, che avrebbero gestito gli affari del clan, hanno tutti deciso di non rispondere alle domande del giudice durante gli interrogatori.

Le tre donne rispondono

Le tre donne, Radogna, Cinà e Fontana, che avrebbero avuto un ruolo importante secondo la Procura all'interno del clan, hanno invece deciso di rispondere alle domande del gip. Hanno dato delle spiegazioni, sostenendo – in estrema sintesi – che avrebbero sì amministrato dei soldi (esattamente come contestano gli investigatori) ma che ne avrebbero ignorato la provenienza illecita. Radogna, che avrebbe gestito la gioielleria “Luxury Hours” dei Fontana a Milano, avrebbe per esempio spiegato che il business degli orologi di lusso di cui si sarebbero occupati i mafiosi sarebbe stato del tutto legale.

Torna libero un indagato

Anche Salerno ha deciso di rispondere alle domande del gip, confermando che avrebbe effettivamente lavorato alla “Livewin Cartoleria” di piazzetta Acquasanta, dove secondo l’accusa sarebbero state raccolte clandestinamente delle scommesse on line. Il giovane avrebbe però chiarito che sarebbe stato lì solo perché avrebbe avuto bisogno di lavorare. Sarebbe stato dunque estraneo all’affare molto più vasto gestito dal clan ed in particolare da Biondo. Il giudice ha deciso di revocargli gli arresti domiciliari e Salerno è dunque tornato libero.

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Le perquisizioni

Durante l'esecuzione degli arresti, martedì scorso, la guardia di finanza ha compiuto tutta una serie di perquisizioni nelle case degli indagati. E sono saltati fuori anche parecchi documenti, che adesso dovranno essere vagliati, ma che vengono ritenuti "interessanti" dagli investigatori. Inoltre, durante i controlli, sono state anche ritrovate diverse somme di denaro.

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