Imprenditori si ribellano ai boss e non pagano il pizzo: "Denunciamo ste cose inutili, ora si fa così"

Dall'operazione "Cassandra" viene fuori un raro spaccato sui tormenti di un gruppo di costruttori che hanno deciso di non piegarsi alle richieste estorsive: "Uno si spaventa, ho 2 picciriddi, ma loro queste cose non le devono fare". Registrati anche i colloqui con i mafiosi

Un frame delle intercettazioni ambientali dell'operazione di oggi

“Abbiamo sbagliato a non venire subito a denunciarli a queste cose inutili! Ormai sono i tempi che si fanno queste cose, basta! Si denuncia e basta!” e “non c’è niente da studiare, mi dispiace, ma peggio per loro… Loro queste cose non le devono fare, lo devono capire!”, così parlava un imprenditore che assieme ai suoi soci, nel 2018, ha deciso di sottrarsi alle richieste di pizzo dei boss di Misilmeri, che avrebbero preteso 10 mila euro in relazione alla costruzione di una palazzina di 4 piani. Non solo i costruttori si sono opposti parlando direttamente con i mafiosi, ma hanno anche registrato quei colloqui col cellulare, chiamando i file eloquentemente “Stronzo 1” e “Buffone”. E senza utilizzarli poi per fare gli “eroi”, come è capitato in passato, ma anzi turbati da mille timori prima di consegnarli ai carabinieri ai quali avevano comunque già denunciato i loro presunti estorsori, ovvero Vincenzo Sucato (deceduto in carcere ad aprile per Covid-19), Giuseppe Bonanno, detto “Andrea” e Salvatore Sciarabba.

Le paure e il coraggio

Si dice che il coraggio inizia nel punto preciso in cui termina la paura. Tantissime inchieste hanno messo in luce la piaga dilagante del pizzo, con caterve di minacce e danneggiamenti, timide conferme da parte delle vittime e (ancora, purtroppo) poche denunce decise. Raramente dalle intercettazioni è venuto fuori il travaglio che imprenditori e commercianti vivono, i tanti timori reali che li tormentano e si mescolano ad una sincera voglia di ribellarsi e di essere liberi, pienamente consapevoli che il racket sia un’imposizione ingiusta messa in atto da parassiti. Nell’inchiesta “Cassandra”, coordinata dal procuratore aggiunto Salvatore De Luca e dai sostituti Bruno Brucoli e Gaspare Spedale, forse per la prima volta, questo percorso emerge invece chiaramente e restituisce in modo formidabile cosa voglia dire nel concreto denunciare, un atto che troppo spesso -  a dispetto di gravissime difficoltà ambientali, specie nei comuni della provincia – viene invece ritenuto da tanti come “naturale”, "facile" e "scontato". Tanto da stilare liste di proscrizione dei commercianti che non riescono a far prevalere il coraggio sulla paura.

"Dodicimila euro per i carcerati"

La vicenda comincia nel 2017, quando gli imprenditori decidono di costruire una palazzina di 4 piani con altrettanti appartamenti e magazzini su un loro terreno di Misilmeri. Quando i lavori erano ormai a buon punto si sarebbe presentato Sucato. Il boss avrebbe contestato a uno dei costruttori la realizzazione di “14 appartamenti”, dicendo che “c’erano queste persone di Palermo che dovevano campare le famiglie dei carcerati”. Sucato, non ottenendo risultati, si sarebbe rivolto al padre dell’imprenditore “visto che a tuo figlio da una parte gli entra e dall’altra gli esce”, chiedendo chiaramente: “Tremila euro a piano, quindi 12 mila euro totali”. Come ha raccontato una delle vittime: “Dopo qualche giorno, mio padre riferiva a Sucato di aver parlato con me e con gli altri due soci, e che avevamo deciso di non pagare e che se continuava con queste richieste l’avremmo denunciato”. Il giorno dopo si sarebbe presentato Bonanno che avrebbe detto al padre che “per questa questione degli appartamenti voleva parlargli Totino Sciarabba”.

"Non pagheremo mai, se torni ti denuncio!"

A quel punto gli imprenditori sarebbero andati direttamente a casa di Bonanno: “C’era presente suo figlio e mio fratello – racconta uno di loro - contestava a Bonanno la discussione avuta con mio padre e gli diceva: ‘Non ti permettere più a venire a chiedere queste cose, noi non paghiamo a nessuno’. Mio fratello gli diceva che era nella lista dei soggetti che avremmo denunciato per estorsione nei nostri confronti”. Stessa cosa avrebbero fatto poi con Sucato: “Io e mio fratello gli intimavano di non passare più da noi perché non avremmo pagato nessuno né lui, né Bonanno, né Sciarabba. Sucato diceva che la richiesta estorsiva serviva per le famiglie bisognose e mio fratello opponeva l’esosa pretesa di 10 mila euro. Sucato diceva che 10 mila euro era la cifra di partenza perché poteva essere scalata fino a 3-4 mila euro”. Ma gli imprenditori non si sarebbero piegati: “Noi rispondevamo che non avremmo mai pagato e che eravamo disposti a denunciare tutti. Alla parola denuncia, Sucato si spaventava e mi diceva: ‘Non lo fate perché con quello che ho già passato non esco più’. Dopo di ciò non è venuto più nessuno”.

Le registrazioni "Stronzo1" e "Buffone"

Proprio i due colloqui con gli indagati erano stati registrati col cellulare dai costruttori ed erano stati poi salvati con i nomi di “Stronzo1” e “Buffone”. Come emerge dalle intercettazioni captate nella sala d’attesa del comando provinciale dei carabinieri dove le vittime erano state convocate, pur senza avere dubbi sulla necessità di denunciare, avrebbero discusso invece dell’opportunità di consegnare quegli audio ai militari, attanagliati da mille paure.

"Queste cose non le devono fare"

“La verità – diceva uno di loro nella sala d’attesa dei carabinieri – è che non c’è niente da studiare, mi dispiace ma peggio per loro… Loro queste cose non le devono fare, le devono capire… Cioè non sono i tempi più di fare niente ormai, i tempi sono che loro hanno… questa gente ancora non capisce che quelli hanno strumenti che l’ascoltano pure quando camminano, pure che se ne vanno da un’altra parte quindi… Devono capire che devono levare mano, no che ancora vanno a domandare soldi”. Usciva poi il tema delle due registrazioni: “Io ti parlo della registrazione, se gliela dobbiamo dare o no?” e dicevano ancora: “La cosa è grave, perché ci si appizza… subito ti intimano la chiusura e a me l’interdizione per favoreggiamento per mafia… picciotti di mafia stiamo parlando”. E poi: “Lo sanno loro chi siamo, abbiamo sbagliato a non venire subito a denunciarli a queste cose inutili, venivamo subito e basta e poi se la sbrigavano loro… Ormai sono i tempi che si fanno queste cose, basta! Si denuncia e basta!”.

"Uno si spaventa e per paura non lo fa"

Venivano fuori poi tutte le loro paure e anche la consapevolezza di essere però sottoposti a qualcosa di ingiusto, a cui bisognava ribellarsi: “Certo loro non è che lo capiscono, però… Loro non è che lo capiscono, uno la paura che ha, la paura perché giustamente uno si spaventa, uno per paura non lo fa, giusto? Loro lo capiscono, si mettono nei panni nostri?”. E si dicevano: “Giustamente, ho la famiglia”, “io ho due picciriddi”, “le aziende” e ancora: “Ho casa, ho macchina fuori… Uno per paura giustamente, ho un furgone messo fuori però lo bruciano e mi fanno un mare di danno… Uno per paura perché dovrebbe venire? Sarebbe giusto venire subito a denunciare… Per un appartamento che uno deve fare uno ci deve dare 10 mila euro, 3 mila euro ad appartamento, pare che noialtri i picciuli ci vengono soli, andiamo per guadagnarli, per guadagnare mille euro, dobbiamo correre dalla mattina alla sera”.

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"Se ci mettono una bomba"

Infine ragionavano anche sui loro estorsori: “Certamente tra loro hanno parlato… ‘Quei cornuti non vogliono pagare, quei crasti gli dobbiamo far saltare la macchina, ci dobbiamo mettere un bomba’, qualche fesseria l’avranno detta e questi per risalire a noi un filo conduttore ci deve essere… Bonanno capace che si caca di sopra, capace che ci cascittia tutte cose, ci cascittia nel senso che fa il collaboratore, perché si sentono tutti mafiosi quando...”

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