La nuova Cupola di Cosa nostra a processo, chieste condanne per 56 boss e gregari

Sono finiti in manette nel dicembre del 2018 e ritenuti organici ai mandamenti mafiosi di Tommaso Natale, Porta Nuova, Pagliarelli, Misilmeri, Belmonte Mezzagno e Villabate. Al vertice ci sarebbe Settimo Mineo, considerato l'erede di Totò Riina

A dicembre del 2018 un'imponente operazione dei carabinieri aveva fatto scattare le manette ai polsi di quelli che sono ritenuti i componenti della nuova Cupola mafiosa e oggi boss, gregari, estortori e prestanomi dei clan palermitani sono alla sbarra. La Procura ha chiesto la condanna a oltre sette secoli di carcere per i 56 imputati nel processo nato dall'operazione chiamata proprio "Cupola 2.0". La condanna a 20 anni è stata chiesta per Settimo Mineo, ritenuto il capo ed erede di Riina.

Il processo si svolge col rito abbreviato davanti al gup Rosario Di Gioia. L'accusa in aula era rappresentata dai pm della Direzione distrettuale antimafia Amelia Luise, Dario Scaletta e Francesca Mazzocco. I pm hanno chiesto pene comprese tra 2 e 20 anni. Per i collaboratori di giustizia la Procura ha invece sollecitato la concessione della speciale attenuante prevista dalla legge per il contributo dato alle indagini.

Settimo Mineo (3)-2L'inchiesta ha permesso di ricostruire l'organigramma della commissione provinciale e dei mandamenti di Tommaso Natale, Porta Nuova, Pagliarelli, Misilmeri, Belmonte Mezzagno e Villabate. Si è delineato soprattutto il ruolo di vertice di Settimo Mineo (nella foto) 80 anni, professione ufficiale gioielliere, già condannato al maxiprocesso. Per lui la Procura ha chiesto 20 anni.

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Mineo sarebbe stato designato a capo del mandamento mafioso di Pagliarelli proprio per sostituire il capomafia Riina. Il vecchio boss era stato condannato a cinque anni di carcere al maxiprocesso di Palermo, che fu istruito dal giudice Giovanni Falcone, e poi riarrestato nel 2006 nell'ambito dell'operazione "Gotha". Mineo era un boss "vecchio stampo": aveva il terrore di essere intercettato, per questo il vecchio boss non utilizzava neppure il telefono cellulare. Inoltre, cercava di utilizzare l'auto il meno possibile e preferiva camminare a piedi. Settimo Mineo era stato indicato proprio da Buscetta come uomo d'onore della famiglia di Pagliarelli, uno dei clan palermitani che si erano schierati all'epoca contro Stefano Bontate. Mineo riuscì a sopravvivere a un agguato nei primi anni Ottanta.  

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