Mafia

Mafia, pizzo e traffico di droga: 12 condanne per il mandamento di Brancaccio

Si tratta del processo di appello per gli arrestati dell'operazione "Zefiro", messa a segno nel novembre del 2014 dalla polizia e che svelò anche collegamenti con la criminalità campana

Una delle intercettazioni dell'operazione Zefiro

Condanne confermate anche in appello per gli imputati nel processo nato dall'operazione "Zefiro", messa a segno nel 2014 dalla polizia rompendo gli intrecci fatti di interessi mafiosi, spaccio di droga, furti ed estorsioni compiuti a Brancaccio. Una serie di illeciti realizzati sotto il controllo dei fratelli Natale e Giuseppe Bruno, processati e condannati a parte (con il rito ordinario), assieme a Maurizio Costa. 

Tredici le condanne emesse in primo grado, dodici in secondo. Uno degli imputati, Antonio Zucchini (che aveva avuto 3 anni e 4 mesi), è deceduto. La pena più pesante è toccata a Giuseppe Furitano, che dovrà scontare dieci 10 anni. È considerato affiliato alla famiglia mafiosa di Brancaccio e si sarebbe occupato della raccolta del pizzo. Cristian Balistrieri si è visto confermare 6 anni e 8 mesi; Mario Iannitello 4 anni e 4 mesi. Claudio Crocilla dovrà rimanere in carcere 4 anni e 2 mesi; Vincenzo Di Piazza 3 anni e 7 mesi; Patrizio Catanzaro 3 anni e Giuseppe Cusimano 2 e 8 mesi. Due anni sono stati inflitti a Pietro La Vardera; 5 anni e 8 mesi a Francesco Paolo Valdese; 4 anni a Egidio Zucchini; 3 anni e 11 mesi a Vincenzo Montescuro; 3 anni e 9 mesi a Santo Cozzuto. I difensori annunciano il ricorso in Cassazione.

L'operazione Zefiro

Il blitz è scatatto il 14 novembre 2014, con 18 arresti. In manette anche il cantante neomelodico Gianni Clemente, all'anagrafe Filiberto Palermo, subito scagionato dal gup. Le indagini hanno permesso di accertare che le leve dell’economia mafiosa a Brancaccio erano due: spaccio degli stupefacenti e attività estorsive. Azioni spesso portate a termine con il "supporto" di cellule criminali campane. Dalle indagini è emerso il ruolo di spicco di Natale Bruno, che si vantava di essere stato "allevato alla scuola di Michele Graviano, il papà di Giuseppe e Filippo". Oltre che occuparsi delle estorsioni "classiche", quelle che riuscivano senza grossi sforzi a fornire liquidità all'organizzazione mafiosa, ai danni di salumerie, panifici e negozi di detersivi, Natale Bruno si esponeva per mediare tra le richieste della "famiglia" di Bagheria e le esigenze dei commercianti.

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