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Martedì, 31 Gennaio 2023
Mafia Mezzomonreale-Villa Tasca

I boss preparavano l'omicidio di un architetto: "E' un truffaldo, mi viene il cuore a vederlo morire"

Il piano di morte deliberato in un summit a settembre scorso dal clan di Rocca Mezzomonreale nei confronti del professionista. Avrebbe commesso degli errori in una pratica e portato alla demolizione di un immobile di proprietà di uno degli arrestati: "Lo ammazzo con le mie mani, è un indegno e ha imbrogliato una persona seria e onesta come me"

"Non ti verrebbe il cuore se lo vedessi morire? Io all'architetto gli devo scippare la testa, lo devo ammazzare con le mie mani". Non usava mezzi termini Gioacchino Badagliacca, arrestato stamattina con il blitz dei carabinieri contro il clan di Rocca Mezzomonreale, e - al termine di una lunghissima riunione tra boss, avvenuta il 5 settembre scorso a Butera, in provincia di Caltanissetta - il progetto di eliminare il professionista sarebbe stato condiviso da tutti, pur nel rispetto delle regole di Cosa nostra, ovvero chiedendo eventualmente le dovute autorizzazioni. La vicenda emerge dall'ordinanza emessa dal gip Lirio Conti su richiesta del procuratore aggiunto Paolo Guido e dei sostituti Dario Scaletta, Federica La Chioma e Bruno Brucoli.

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La "colpa" dell'architetto

L'architetto si sarebbe macchiato di una colpa gravissima secondo Badagliacca: avrebbe commesso una serie di errori in una pratica per sanare un immbobile in via della Mimosa, a Borgo Molara, col risultato che al boss era stato notificato un ordine di demolizione. Sarebbe stato un "truffardu" agli occhi di Badagliacca che avrebbe così mandato in fumo i suoi "sacrifici" e suo duro "lavoro, dalla mattina alla sera" che avrebbe fatto per ottenere quel bene. Una "collera" che, peraltro, l'indagato avrebbe coltivato da tempo, come emerge già da alcuni colloqui in carcere intercettati nel 2020.

"Gli devo scippare la testa"

"Io mi devo levare qualche scaglia - diceva Badagliacca durante il summit del 5 settembre - ma è una cosa mia personale... Io gli devo scippare la testa (si riferisce all'architetto, ndr), è una cosa mia che voialtri sapete in partenza che appena è sono stato io... Io al geometra ci devo scippare la testa, ma sarà l'ultima cosa che faccio, perché te l'ha raccontato lui, che è truffardu? Non è né amico nostro, non è niente... E' uno che forse stava facendo uscire folle pure a te - diceva allo zio Pietro Badagliacca - ci volevi scippare la barba pure tu... Non ti verrebbe il cuore se lo vedessi morire, anzi ti faccio un altro favore a te".

"Serve l'autorizzazione per ucciderlo"

Pietro Badagliacca e l'insospettabile Michele Saitta, ritenuto un affiliato "riservato" dagli inquirenti, essendo di fatto un imprenditore il cui nome non era mai finito al centro di indagini, interrompevano però Gioacchino Badagliacca: "Qua - avvetiva Anello - non si possono fare questi discorsi, prima di fare una cosa così lo si fa presente... Gioacchino, ci sono delle azioni che si fanno e che possono portare a delle conseguenze... perché tu fai queste cose e nel frattempo le forze dell'ordine aumentano i controlli, si complicano le cose". Concordava Pietro Badagliacca: "Se è uno che è in un altro posto non lo possiamo fare, se è uno di noialtri e tu devi dirlo, devi vederlo , dobbiamo vedere com'è... Non è che ti parti e lo vai a fare...". Gioacchino Badagliacca non retrocedeva di un millimetro: "Io lo devo ammazzare vero non per scherzo" e lo zio Pietro lo rassicurava: "Ti prometto una cosa davanti a mio figlio anche se c'è il pro e il contro l'ammazzo io all'architetto, prima di morire te l'ammazzo io". La condanna a morte, dunque, sarebbe stata emessa in maniera compatta dal clan, ma per fortuna alla fine il professionista non era stato ammazzato.

"Si deve vergognare a truffare una persona onesta e seria"

Gli investigatori hanno documentato come davvero il rancore di Gioacchino Badagliacca nei confronti della vittima predestinata sarebbe stato molto forte e coltivato da molto tempo. Nel 2020 Badagliacca era in carcere (in seguito all'operazione "Cupola 2.0" salvo essere poi assolto) e durante i colloqui con la moglie manifestava tutto il suo risentimento. La donna gli spiegava che "vogliono che demolisci". Dopo una serie di considerazioni, il boss spiegava: "Gli posso dire (all'architetto, ndr): 'Archité, la sua vita è stata un fallimento perché se a 60 anni si è ridotto dopo aver studiato, avere fatto sacrifici ad andare truffando le persone oneste che lavoriamo e per di più si dovrebbe vergognare. Ma lei non lo sa cosa significa vergognarsi perché lei è un parassita della società. Io mi sono fatto il carcere e posso sembrare una persona per dire infima e cose varie e lei solamente mi può lustrare le scarpare per la mia onestà, la mia serietà e per la mia dignità, lei è una persona indegna e suo figlio seguirà le sue orme da persona indegna qual è lei'. Perché posso capire che di fronte a un business di milioni di euro questo perde la testa, ma quando mi vedeva dalla mattina alla sera che andavo a lavorare... I sacrifici che facevo per andarci certe volte pure bagnato...".

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