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Martedì, 21 Maggio 2024
Mafia

Il gip: "I Mulè a capo del clan di Palermo Centro", restano in carcere assieme ad altri 6 fermati

Il giudice che ha vagliato il provvedimento emesso dalla Dda giovedì scorso ha ritenuto sussistenti i gravi indizi di colpevolezza e il pericolo di fuga. Per un nono indagato, preso in provincia, la convalida è in corso a Termini Imerese

Restano in carcere i 8 dei 9 fermati con il blitz "Centro", messo ha segno dei carabinieri giovedì scorso. A disporlo, dopo l'udienza di convalida, è stato il gip Fabio Pilato. Il giudice ha ravvisato il pericolo di fuga per Francesco e Massimo Mulè, padre e figlio, ritenuti a capo del clan di Palermo Centro, e per Gaetano Badalamenti: per questo ha convalidato il fermo. 

Alla luce dei gravi indizi di colpevolezza a carico di tutti gli indagati, il giudice ha accolto l'istanza del procuratore aggiunto Paolo Guido e dei sostituti Giovanni Antoci, Luisa Bettiol e Gaspare Spedale e ha disposto la custodia cautelare in carcere non solo per i Mulè e Badalamenti, ma anche per Francesco Lo Nardo, Giuseppe Mangiaracina, Alessandro Cutrona, Calogero Leandro Naso e Salvatore Gioeli. Per quanto riguarda il nono indagato, Antonino Lo Coco, essendo stato fermato in provincia, sarà il gip di Termini Imerese a dover eventualmente convalidare il suo fermo nelle prossime ore.

Con una seconda ordinanza, il giudice ha poi disposto una perizia medico-legale sia per Francesco Mulè (difeso dagli avvocato Giovanni Castronovo e Marco Clementi) che per Alessandro Cutrona (difeso dall'avvocato Rosanna Vella). I due avrebbero dei problemi di salute e occorre valutare la compatibilità delle loro condizioni con la detenzione in carcere.

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"Può complessivamente affermarsi che, nel periodo monitorato, la famiglia mafiosa di Palermo Centro abbia agito in modo efficace e pervasivo - scrive il gip nell'ordinanza - dimostrando una straordinaria capacità di sopperire alla mancanza dei numerosi sodali attualmente detenuti. Va segnalato il dato preoccupante della partecipazione di nuove leve che si affiancano ai numerosi esponenti che nonostante le precedenti condanne continuano dal carcere a tessere gli interessi della famiglia di appartenenza e tornano a ricoprire lo stesso ruolo al momento della scarcerazione".

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Sul conto di Francesco Mulè, il giudice afferma che "la fittissima trama di emergenze investigative dimostrano, con grado di concludenza che va anche al di là della soglia di gravità indiziaria, l'attualità del vincolo associativo nel periodo successivo alla condanna per associazione mafiosa" e che "non ha mai recisso i legami con Cosa nostra ed, anzi, ha assunto il ruolo di reggente della famiglia di Palermo Centro sin da epoca prossima alla sua ultima rimessione in libertà, avvenuta il 17 marzo 2018, avvantaggiandosi della storica egemonia esercitata dal suo nucleo famigliare nell'ambito di tale articolazione interna al mandamento mafioso di Porta Nuova".

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Considerazioni simili per il figlio, Massimo: "Ritiene lo scrivente - si legge ancora nell'ordinanza - che gli elementi forniti dal pm rilevino l'attualità del legame che intercorre tra Massimo Mulè e la famiglia mafiosa di storica appartenenza. Basterebbe già la partecipazione dell'indagato al summit mafioso del 14 settembre 2021, insieme al padre, a Giuseppe Di Giovanni e a Tommaso Lo Presti, per certificare la persistente appartenenza dell'indagato al sodalizio mafioso. Ma le fonti indizianti prodotte dal pm vanno ben oltre e consentono di delineare il ruolo ed il contributo da lui fornito".

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