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Mafia e venti di guerra a Ballarò: in carcere Mulè, capo della famiglia di Palermo centro

Ordinanza di custodia cautelare in carcere per il pluripregiudicato palermitano che tre anni fa rischiò di essere ucciso dagli altri boss per aver violato regole interne. Arrestato anche Carmelo D’Amico, boss di Bagheria

Salvatore Mulè

A detta dei carabinieri era il boss della famiglia di Palermo centro, una delle più influenti in città. I carabinieri del nucleo investigativo del comando provinciale oggi hanno arrestato Salvatore Mulè, 47 anni, pluripregiudicato. "Il provvedimento - spiegano dall'Arma - scaturisce da ulteriori indagini svolte nell’ambito dell'operazione Panta Rei (che nel 2015 portò all'arresto di 37 tra boss e gregari, ndr) che hanno consentito di acclarare le responsabilità di Mulè, il quale dirigeva e organizzava in prima persona il clan di Porta Nuova". I militari oggi hanno dato esecuzione a un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa dall’ufficio Gip del Tribunale di Palermo su richiesta della direzione distrettuale antimafia di Palermo. Oltre a Mulè, è stato arrestato un altro pregiudicato, Carmelo D’Amico, 48enne (foto in basso).

Il provvedimento restrittivo scaturisce da ulteriori indagini, svolte dai carabinieri nell’ambito del procedimento “Panta Rei”, che hanno consentito di acclarare le responsabilità di Mulè e D'Amico, colpevole invece di aver fatto parte della famiglia mafiosa di Bagheria eseguendo estorsioni e danneggiamenti alle imprese e agli esercizi commerciali. I due sono stati portati al Pagliarelli.

Salvatore Mulè - sulla cui scalata, secondo gli investigatori, c'era Tommaso Lo Presti - era stato protagonista di una "faida" a Ballarò, e rischiò di essere ammazzato. Come la sera del 16 ottobre 2014, quando arrivò una telefonata al 113. La chiamata partiva da una cabina di via Armando Diaz, nel rione Brancaccio. “... Domani mattina devono ammazzare Salvo Mulè del Ballarò...”, diceva una voce maschile. I carabinieri lo convocarono e lo misero in guardia. Pericolo scampato.

La sua gestione, specie sul fonte della distribuzione dei guadagni dello spaccio di droga, aveva creato malumori. Ma forte della parentela con Massimo Mulè, di cui è fratello, e che presto sarebbe stato scarcerato, Mulè aveva creduto di potere fare il bello e il cattivo tempo a Ballarò. Mulè poteva essere ucciso non solo per questioni di spaccio: per i boss avrebbe violato una regola importante dell'organizzazione, quella di assistere le famiglie dei detenuti. 

Anche il pentito Giuseppe Tantillo aveva raccontato che Cosa nostra voleva tornare a uccidere per regolare una questione interna e nel mirino c'era proprio l'uomo forte di Ballarò, Salvatore Mulè, che era ritenuto nell'ambiente ormai inaffidabile: "Si era montato la testa", rivelò l'ex mafioso del Borgo Vecchio quando decise di collaborare con i magistrati. "Nel corso di una riunione del mandamento, in cui si discuteva del mantenimento del detenuti in carcere, Mulè andò via", raccontò Tantillo: "Aveva preso un impegno, che non voleva mantenere. Qualche giorno dopo, Paolo Calcagno venne al Borgo , disse che aveva avuto carta bianca dal carcere". Segno che Mulè era stato "posato". Poi, però, qualcuno salvò la vita a Mulè. Merito di quella telefonata anonima, che mise in guardia i carabinieri.
 

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