Lunedì, 17 Maggio 2021
Mafia Arenella-Vergine Maria

Il boss Fontana: "Ho ucciso io quello spacciatore, ma l'attentato all'Addaura non c'entra"

L'aspirante pentito confessa ai magistrati l'omicidio di Francesco Paolo Gaeta, avvenuto nel 1992, e per il quale era stato già assolto nel 2005. Si è sempre pensato che il giovane fosse stato testimone dell'agguato fallito ai danni del giudice Falcone, ma il mafioso spiega: "Il movente è un altro..."

"Ho commesso fatti di sangue, un omicidio insieme a mio zio Angelo Fontana nel 1992, l'omicidio di Francesco Paolo Gaeta". Così ha confessato il boss dell'Acquasanta Gaetano Fontana in veste di aspirante collaboratore di giustizia, lo scorso 9 ottobre. E non è un delitto qualsiasi, visto che è legato ad una delle pagine misteriose della storia recente: il fallito attentato all'Addaura ai danni del giudice Giovanni Falcone. "Ma il movente non è questo...", afferma il mafioso che proprio per questo omicidio era stato processato e assolto, tentando di fatto di riscrivere la storia giudiziaria.

Secondo la versione che Fontana ha fornito al gip Piergiorgio Morosini e ai sostituti Amelia Luise e Dario Scaletta, infatti, il giovane pusher sarebbe stato eliminato come testimone scomodo sì, ma non - come si è sempre sostenuto - dei fatti dell'Addaura, quanto piuttosto di una specie di overdose dello zio Angelo Fontana a cui avrebbe spacciato droga. Il boss, inoltre, scagiona un pentito che ha invece raccontato di aver partecipato all'omicidio di Gaeta, Francesco Onorato: "Lui non c'è mai stato, non ha mai detto la verità, mente su questa cosa", afferma. Finora le dichiarazioni di Fontana non hanno convinto i magistrati, anche se lui giura "sui miei figli" di voler essere una "persona libera e pagare le tasse come un normale cittadino" e chiede di essere creduto, perché "non ho mai condiviso gli ideali di Cosa nostra".

"Sì, ho commesso fatti di sangue..."

"Sì, ho commesso fatti di sangue - mette a verbale Fontana - un omicidio insieme a mio zio Fontana Angelo, nel 1992, l'omicidio di Francesco Paolo Gaeta... Mio zio ha negato che io ero con lui, ha detto che l'ha fatto lui l'omicidio, io sono stato condannato (venne poi assolto in appello nel 2005, ndr) e ammetto di averlo commesso... Francesco Onorato mi ha accusato, di aver partecipato a questo omicidio insieme a me, a mio zio Angelo, Vito Galatolo, un altro Galatolo Angelo e un certo Domenico Caviglia... Mio zio poi si è pentito e mi ha scagionato dell'omicidio, questa è la prima volta che lo dico di aver commesso l'omicidio...".

"Il fallito attentato a Falcone non c'entra"

Il boss svela poi che il movente del delitto non sarebbe quello fornito dallo stesso Angelo Fontana e che l'attentato all'Addaura non c'entrerebbe nulla: "Angelo Fontana - dice - gli dà la versione che è stato perché Gaeta è stato testimone dell'attentato all'Addaura del dottore Giovanni Falcone, come movente, ma il movente non è questo... Angelo Fontana dice di essere un uomo d'onore e io le assicuro che non è mai stato combinato in Cosa nostra, mi scagiona dall'omicidio perché mi vuole bene o perché sono suo nipote o perché mi rispetta... Mio zio mi toglie dall'omicidio perché siccome in Cosa nostra un minorenne non me lo posso portare a fare un omicidio per una cosa del genere...".

"Il movente è che mio zio si è sentito male dopo essersi drogato"

E chiarisce: "Io non vado con questo gruppo di fuoco, non siamo un gruppo di fuoco. L'omicidio di Gaeta lo commetto io e Angelo Fontana e il movente è che Gaeta è il pusher personale di Angelo Fontana. Gaeta in quel periodo lavora a Villa Igiea, fa il facchino e Angelo Fontana usava l'hotel anche per andarsi a drogare. Quando gli ha consegnato la dose, Angelo Fontana si è sentito male, forse se n'è fatta più del dovuto, il pusher spaventandosi glielo andò a raccontare a Gaetano Galatolo, che è lo zio di Angelo Fontana...".

"Si è vendicato della brutta figura"

A quei tempi, come racconta l'aspirante collaboratore di giustizia, una storia simile "era una vergogna", infatti "succede che Angelo Fontana si chiude a casa, era una vergogna allora, gli fanno dei lavaggi, viene un infermiere... Lui per questa brutta figura mi chiama e mi dice: 'Vieni con me' e siamo andanti dove abita Gaeta, io a 16 anni pensavo che lui ci voleva litigare".

"Gli ha sparato quattro colpi in testa"

Invece Fontana si sarebbe poi accorto che le intenzioni dello zio sarebbero state ben altre: "Facendo dei giri di perlustrazione mi sono accorto che lui aveva la pistola addosso, ci siamo fermati sotto casa di Gaeta in via Venanzio Marvuglia, io portavo la macchina. Fontana è sceso e quando Gaeta posteggiò la macchina a lisca di pesce sopra il marciapiede, gli ha aperto lo sportello e gli ha sparato quattro colpi in testa, è risalito in macchina e siamo andati via". 

"Quel pentito mente ed è più vigliacco dei mafiosi"

La versione acclarata da un punto di vista giudiziario è però diversa, ma Fontana spiega: "Francesco Onorato ha detto sempre una bugia su questa cosa, ha mentito sempre, non c'è mai stato Francesco Onorato. Io ricordo tutti i dettagli perché purtroppo l'ho commesso e mi dispiace perché era un bravo ragazzo Paolo Gaeta". E tiene a rimarcare: "Io dico ben vengano i collaboratori di giustizia, i mafiosi collaboratori di giustizia che dicono la verità, ma i mafiosi che già sono vigliacchi di suo, che devono collaborare con la giustizia e devono dire bugie sono più vigliacchi dei primi".

"Onorato è venuto a cercarmi a Milano"

Gaetano Fontana racconta poi che avrebbe temuto negli anni successivi per la sua vita, che proprio Onorato "mi stesse preparando qualche cosa", perché - a suo dire - il pentito, nel 2018, sarebbe andato a cercarlo a Milano: "Io mentre vivevo già a Milano da 10 anni sono stato cercato, non so il motivo, attenzionato da un collaboratore di giustizia, Francesco Onorato... Un bel giorno io sono seduto davanti al bar Andrew, di fronte al negozio di mia moglie, e vedo passare Onorato... Io non l'ho mai visto in vita mia, l'ho visto solo durante un processo, ha un fisico notevole perché è un metro e 90. Si ferma davanti al bar e inizia a guardare dentro, si gira, attraversa la strada...".

"Mi sono preoccupato, ho pensato: mi vuole fare del male"

A quel punto, racconta ancora il boss, "io mi sono preoccupato, ci sono andato dietro senza farmi notare... Lui in effetti non mi conosce, mi ha accusato di un omicidio, lui l'omicidio (di Gaeta, ndr) non l'ha mai fatto, ma ha l'astio nei nostri confronti perché gli è stato ucciso un nipote... Comunque lo seguo per un bel po' in mezzo alla gente e vedo che si siede su un muretto, prende un telefono e inizia a guardare a destra e a sinistra, tutto insieme si alza, apre con le mani un negozio e si chiude. Mi sono preoccupato perché ho pensato si è fatto l'appoggio davanti al negozio e mi vuole fare del male, non frequento più il negozio, non frequento più il bar... Poi succede un'altra volta, passa di nuovo e guarda dentro il bar, sicuramente gli avevano detto che eravamo i proprietari... Ripassa, riguarda, prende e sale su una moto e si mette un casco, ho preso il numero di targa ...".

"Mi stava organizzando qualche cosa"

"Avevo la sensazione - spiega il boss ai magistrati - che mi stesse organizzando qualche cosa... Mi metto su una moto e lo seguo e ho visto dove abita, che lavora fa, perché lui seguiva a me, ma io seguivo a lui, ma lui voleva incontrare mio fratello Giovanni, da quello che ho potuto capire, perché Giovanni è stato imputato nell'omicidio del nipote Agostino... Onorato era inisieme al pentito Francesco Di Carlo".

"Avevo 16 anni, sono rimasti i traumi"

Conclude Fontana: "E' stata una cosa brutta, in quel momento ho pensato: io sono tranquillo, me ne sono andato, ho fatto, ho detto, però essere cercato pure dai collaboratori di giustizia, che un giorno mi accusò, mentendo, io oggi sto ammettendo la mia responsabilità, ma Onorato non c'era nel fatto, non c'è mai stato, si è accusato senza fare l'omicidio, solo per vendicare la situazione che gli era successa col nipote. Io so il calibro della pistola, so qual è la macchina, di chi era, non era rubata, la guidavo io, avevo 16 anni, ti rimangono impresse queste cose e da allora sono rimasti i traumi...".

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