Giovedì, 13 Maggio 2021
Mafia Arenella-Vergine Maria

Il boss Fontana ai pm: "Credetemi vi dico la verità, voglio essere libero e mi pento per i miei figli"

Il primo verbale di Gaetano, membro della storica famiglia mafiosa dell'Acquasanta, aspirante collaboratore di giustizia che finora non ha affatto convinto i magistrati: "Sono stato in Cosa nostra solo tra il '94 e il '97, non ne condivido gli ideali". E racconta: "Ho studiato Gemmologia in cella, la ricchezza di mio padre nasce dal contrabbando di sigarette"

Orologi e denaro sequestrati al boss Gaetano Fontana

"Voglio essere una persona libera e domani avere la possibilità di lavorare, di poter pagare le tasse come un normale cittadino, perché non è tutta provenienza di mafia quello di cui io mangio". Sono le parole dell'aspirante pentito Gaetano Fontana, il boss dell'Acquasanta che racconta ai magistrati di aver studiato Gemmologia in carcere, di fare perizie sui diamanti, di essere un appassionato di orologi d'epoca, di essere stato mafioso - ma solo dal 1994 al 1997 - perché "ho respirato l'aria sin da bambino" anche se "non ho mai condiviso gli ideali di Cosa nostra, tranne che Fontana mi chiamo".

Il primo verbale da aspirante pentito

Il 9 ottobre scorso, davanti al gip Piergiorgio Morosini, il boss, riferendosi alla sua intenzione di collaborare con la giustizia, ripetutamente giura che "ormai l'ho intrapresa questa strada e non torno indietro per il bene soprattutto dei miei figli e della persona perbene che me li ha dati, che si trova in una situazione dove non gli appartiene nulla di tutto ciò. Glielo giuro sui miei figli, io non mi voglio aggrappare sugli specchi...". Dice di voler vuotare il sacco, che "se mi devo disfare di tutti i beni immobili che ho ereditato da mio padre, sono pronto a farlo" e racconta anche che la ricchezza della sua famiglia trae origine dal contrabbando di sigarette che suo padre Stefano, storico boss, aveva messo su quando era stato confinato in Puglia negli anni '80. "Mai fatta un'estorsione, lo giuro al 100 per cento", così spiega cercando di convincere i suoi interlocutori.

Le perplessità dei magistrati

E' una storia molto strana quella di Gaetano Fontana che finora non ha affatto convinto il procuratore aggiunto Salvatore De Luca ed i sostituti Amelia Luise e Dario Scaletta. Perché dice e non dice, il boss, ammette, ma non fino in fondo. Si presenta come uno che ha avuto la sfortuna di nascere nella famiglia sbagliata, in una città come Palermo da cui ha sempre cercato di allontanarsi, che ha come unica "colpa, io non dovevo continuare quello che mio papà aveva avviato, questa è stata la mia colpa". Come se gli fosse capitata la disgrazia di chiamarsi "Fontana" e la sua vita non fosse frutto delle sue scelte ma quasi del Fato.

"Ho la passione per gli orologi e ho studiato"

"Io sono un commerciante di alta orologeria d'epoca e poi faccio le perizie sui diamanti e se li posso mediare come faccio con gli orologi, li medio, è una mia passione fin da piccolo e poi ho studiato", spiega Fontana al giudice e aggiunge: "Io non avrei alcun problema nel dirgli che sono il capo della famiglia dell'Acquasanta, la dirigo, perché io andrò oltre, su fatti nuovi che magari la Procura non sa e che io intendo rivelare, ma io intendo dire quella che è la realtà dei fatti...". Solo che - almeno in questo interrogatorio - non si spinge poi chissà quanto oltre e, se lo fa, è per dare una lettura diversa di fatti già accertati da un punto di vista giudiziario.

"Non sono mai stato combinato, ma Fontana mi chiamo"

"Io non sono stato formalmente mai combinato, dottore - dice Fontana al gip - ho avuto questa fortuna, non sono mai stato combinato in vita mia, cioè ho avuto la possibilità ma io stesso ho rinunciato, perché non sono stati mai questi sinceramente i miei ideali. Dopo tanti anni di carcere pensavo di esserci riuscito a farmi una famiglia, a fare il lavoro che a me è sempre piaciuto fare, lontano da Palermo... Io non posso essere sempre associato alla realtà palermitana e a tutto quello che è mafia... Glielo giuro sui miei figli e non sono degno di nominarli oggi vista la situazione che ho, non faccio parte di nessun contesto mafioso, tranne che Fontana mi chiamo. Ho ereditato purtroppo le attività da mio padre...".

"Nel 2011 mi sono costituito, non è da mafioso"

A dimostrazione della sua scarsa attitudine alla "mafiosità", il boss racconta: "Io nel 2011 mi sono andato a consegnare, non è solito di un mafioso, mi vado a costituire nel carcere di Opera il 24 dicembre 2011... Quel giorno ciò che mi è dispiaciuto di più, lasciamo stare la vigilia di Natale, lasciai una persona perbene insieme a un bambino di un anno, in una città non sua, che questa persona è quella che mi ha incentivato di più ad allontanarmi dal ceto sociale palermitano di cui io facevo parte". E aggiunge: "Mia moglie è una persona perbene, non doveva conoscere Fontana Gaetano per motivi di interesse, è già benestante di suo, grazie al sentimento reciproco devo dire che mi ha incentivato tanto a portarmi fuori mia moglie e a farmi uscire dalla realtà palermitana...".

"Voglio essere libero, pagare le tasse come un normale cittadino"

Fontana sarebbe pronto a dire tutto quello che sa perché "non mi faccio smentire da un collaboratore di giustizia, che oggi arrivano facilmente, e deve dire: 'Ma come, io vado a fare la figura di niente nei confronti della Signoria Vostra, io sto dicendo la realtà dei fatti, io dal '97 in poi non faccio... Io con mio padre nel 2011 ho iniziato il primo attrito, infatti mi sono andato a consegnare, poi ero pronto a casa con la borsa pronta a farmi arrestare, perché volevo chiudere ogni mio debito passato con lo Stato, glielo giuro sui miei figli, io non ne sto dicendo bugie... Se mi devo disfare di tutti i beni immobili che ho ereditato da mio padre - afferma l'aspirante pentito - sono pronto a farlo... Però io voglio essere una persona libera e domani avere la possibilità di lavorare, di essere ascoltato con le intercettazioni, di poter pagare le tasse come un normale cittadino, perché non è tutta provenienza di mafia quello di cui io mangio... Il mafioso non esce dal carcere e se ne va a studiare e va a fare la professione che gli piace, io non ho mai condiviso gli ideali di Cosa nostra o di cosa di tutti, perché si dice Cosa nostra ma è cosa di tutti".

"Qui non c'è neanche il 10 per cento di ciò che possediamo"

Un aspetto molto importante quando si parla dei Fontana sono proprio i loro beni ed è lo stesso boss a sostenere che "io sul bene, sull'intestazione fittizia, le sto confermando quello che è realmente la famiglia Fontana e quello che non è la famiglia Fontana, magari in un'altra sede io dirò tutto, tutti gli altri immobili, perché ce ne sono... Qua rispetto a quello che c'è realmente ci sarà il 10 per cento e neanche". Dunque esiste un patrimonio vastissimo riconducibile al clan dell'Acquasanta, che tuttavia nell'interrogatorio di ottobre Fontana non indica con precisione.

"La mia colpa è stata continuare quello che papà aveva avviato"

Il boss spiega che se - come emerge dalle intercettazioni dell'operazione "Mani in pasta" - gli viene attribuito un ruolo centrale è in realtà perché "io sono il fratello più grande e nelle famiglie siciliane, anche al Nord, magari mio figlio più grande, è visto come... magari sono colui che, in assenza di papà, ho saputo portare la famiglia avanti... Io ho una colpa, io non dovevo continuare quello che mio papà aveva avviato, questa è stata la mia colpa".

"Mio padre era un mafioso, non era un santo ma era umile"

Ma da dove vengono i beni dei Fontana, com'è stata costruita la ricchezza di cui, agli atti, "c'è solo il 10 per cento"? "Noi siamo stati sempre benestanti e le spiego da dove veniva il denaro - dice Fontana al gip e ai pm - mio padre ha sempre odiato la frase estorsione... Non sto dicendo che mio padre era un santo, mio padre era un mafioso, però mio padre era un mafioso con la mentalità vecchio stampo, non preferisco né l'uno e né l'altro... Mio padre qualcosa di buono ce l'aveva era uno umile, era umile e sapeva cosa significava andarsi a guadagnare la mille lire la mattina, era un lavoratore, era un commerciante nato, poi al di là della sua seconda vita che poteva avere... Mio padre quando esce nel 1986, io avevo 12 anni, tutto inizia da qua, giudice, questa è una storia reale, dice: 'La famiglia Fontana non ha reddito, come mai sta dicendo Fontana Gaetano che sono stati sempre benestanti?'. Non provengono, non c'è, non sto dicendo che è lecito: intanto mio papà nei primi anni '80 aveva una gioielleria con Marco Favaloro, che poi è diventato collaboratore di giustizia, e un'altra persona in via Isidoro Carini, già fine anni '70 e poi un colorificio".

"Al confino in Puglia mio padre ha iniziato il contrabbando di sigarette"

Fontana continua a raccontare la storia di suo padre e dell'origine della sua "roba": "Mio papà è stato arrestato nel 1982, esce nel 1986 e gli danno il confino... Io andavo il fine settimana a trovarlo, perché lui era lì con mamma... Poi è stato trasferito in provincia di Brindisi, vicino al mare, quelli erano i così detti tempi d'oro per quanto riguarda il contrabbando di sigarette, papà era socio con un certo Giacomo Sabatelli e iniziò l'attività di contrabbando delle sigarette. Io mi ricordo ero piccolo e delle volte, ma era visibile, non era una cosa che veniva celata, era una cosa visibile, che delle volte mentre eravamo al mare, il pomeriggio arrivavano le barche come se era una cosa normale...".

"Il danaro della mia famiglia viene da quel business"

Prosegue Fontana: "Poi questa attività si dislocò in Montenegro perché in questo modo non si rischiava più di tanto e si facevano i grossisti, praticamente c'era la concessione Philippe Morris in Svizzera dove si acquistavano le sigarette tramite Jugoslavia, Slovenia, arrivavano in Montenegro e quelli che poi contrabbandavano andavano ad acquistare le sigarette in Montenegro dove si pagava la tassa di 50 mila lire a cassa, là non era contrabbando, era legale... Diciamo che la maggior parte dei danari provenivano dal contrabbando delle sigarette. Mi ricordo che nel '97 io me ne sono andato in Montenegro per circa due mesi, poi sono stato arrestato, quindi tutta la provenienza del danaro che aveva mio padre era da Brindisi. Poi aveva fatto anche degli investimenti nel brindisino, avevano acquistato un hotel, era un terreno che poi loro avevano costruito una struttura, sempre intestato ad un'altra persona, che poi questo era andato in fallimento, ma la maggior parte dei soldi che mio padre aveva - ripete Fontana - erano di provenienza pugliese per quanto riguarda il contrabbando di sigarette".

"L'ambiente era quello, ho respirato l'aria mafiosa sin da bambino"

Il boss racconta anche come sarebbe iniziata la sua esperienza in Cosa nostra: "Ho iniziato perché mio papà era stato arrestato, già in carcere dal 1989, io avevo 13 anni, non è che... e l'ambiente era quello, io sono nato all'Acquasanta con residenza in vicolo Pipitone 32, dico, vicolo Pipitone... Fin da bambino ho respirato purtroppo quell'aria, vedevo diversi personaggi, quindi crescendo io con Gaetano Galatolo, lo zio di Vito Galatolo, fratello di Vincenzo Galatolo, Angelo Galatolo, eravamo quelli che reggevamo la zona dell'Acquasanta, che non è mai stata una zona bersagliata dalle estorsioni anche perché la famiglia Galatolo-Fontana avevano le ditte, i Galatolo avevano le ditte nei cantieri navali, per un periodo c'è stato mio papà che era socio in un'altra zienda, poi c'erano i Galatolo che erano soci nelle costruzioni con la famiglia Graziano, sia la famiglia Madonia che i Galatolo con i Graziano... C'erano i rottamai che prendevano materiali ferrosi dentro i cantieri navali. In quel contesto si dividevano i guadagni...".

"A noi figli fu vietato essere combinati ufficialmente in Cosa nostra"

Fontana si spertica poi per indicare chi sarebbero stati i capi di Cosa nostra all'Acquasanta nel passato: "Vincenzo GaLatolo, Raffaele Galatolo, Pino Galatolo, mio padre, Stefano Fontana, Angelo Galatolo, quello che è stato uccio negli anni '80 dalla polizia o dai carabinieri, non mi ricordo, in un attentato, come famiglia di sangue e mafiosa questi erano. A tutti i figli, i ragazzi, gli era stato vietato di essere combinati ufficialmente in Cosa nostra... Io avevo Giacomo Sabatelli che veniva in Sicilia una volta l'anno e mi dava il danaro di mio padre". 

"Ho rifiutato un ruolo più serio nel clan"

Il boss racconta anche di aver rifiutato ad un certo punto la proposta pressante di avere un ruolo nel clan: "E' come se uno nasce, cresce... ho avuto la possibilità, ma ci deve essere un impegno che io, ad onor del vero, non mi sono mai voluto prendere soprattutto perché non condividevo alcune cose, ho avuto l'occasione e ho rifiutato e non è una cosa bella per chi te la propone, addirittura si dice che si poteva anche morire... Ho rifiutato la combinazione...".

"Lo giuro sui miei figli, non ho più niente a che fare con Cosa nostra"

Una cosa per Fontana sarebbe certa: "Adesso, glielo giuro sui miei figli, io non ho più niente a che fare con Cosa nostra, completamente, dal 1997", rimarcando che nel 2011 "mi sono consegnato perché volevo dare un segnale, come a dire basta, qua sono, devo pagarle le mie colpe, basta". I suoi giuramenti serviranno a renderlo più credibile agli occhi degli inquirenti?
 

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