Strage di Capaci, Lari: “Volevano far scendere a patti lo Stato”

Il procuratore di Caltanissetta ha illustrato l'operazione che ha portato all'arresto di 8 persone che ebbero un ruolo nell’uccisione del giudice Falcone. “Fu usato lo stesso tritolo del ’93, ma non emerge la partecipazione di mandanti esterni”

Il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari @Tm news-infophoto

Una sfida allo Stato per costringerlo a scendere a patti. C’è questo secondo  il Procuratore di Caltanissetta Sergio Lari che in una conferenza stampa ha illustrato l'operazione che ha portato all'arresto di 8 persone coinvolte nelle fasi deliberativa ed esecutiva della strage di Capaci. (LEGGI I NOMI)

“COSA NOSTRA SFIDO’ LO STATO” -  ''Con la strategia stragista che è frutto di un progetto unitario Cosa nostra – ha affermato Lari - volle sfidare lo Stato per costringerlo a scendere a patti. Nel dicembre del '91, nel corso di una riunione della commissione provinciale di Cosa nostra a cui partecipò il boss Salvo Madonia si decisero le eliminazioni di Falcone e Borsellino: atti completamente diversi dai progetti passati che erano eliminazioni chirurgiche di singoli nemici della mafia. Si inaugurò dunque – ha aggiunto il Procuratore – un’ottica diversa di attacco alle istituzioni e si crearono le condizioni per potersi poi sedere al tavolo di una trattativa''.

NESSUN MANDANTE ESTERNO –  Ma Lari ha anche dichiarato che “da questa indagine non emerge la partecipazione alla strage di Capaci di soggetti esterni a Cosa nostra. La mafia non prende ordini e dall'inchiesta non vengono fuori mandanti esterni. Possono esserci soggetti che hanno stretto alleanze con Cosa nostra - ha aggiunto - ed alcune presenze inquietanti sono emerse nell'inchiesta sull'eccidio di Via D' Amelio: ma in questa indagine non posso parlare di mandanti esterni''.

UNICO TRITOLO -  “Il tritolo usato a Capaci faceva parte dell'esplosivo usato poi nelle stragi del '93 – spiega ancora il Procuratore di Caltanissetta - e nel fallito attentato all'Olimpico. Erano 4 ordigni bellici recuperati in mare, sconfezionati e polverizzati. Una mole enorme di tritolo che spinse Totò Riina a dire: 'Abbiamo tanto esplosivo da fare guerra allo Stato’”.

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GRAVIANO FILO COMUNE -  La figura del boss di Brancaccio rappresenta il “trait-d’union” tra le stragi che hanno sconvolto Palermo nel 1992. “Se c'è un filo comune individuato nelle stragi di Capaci e Via D'Amelio – ha detto Lari – questo è rappresentato dalla figura Giuseppe Graviano. Mentre per l'attentato a Borsellino è stato scoperto un depistaggio finalizzato a nascondere il ruolo della cosca di Graviano a discapito di quella di Santa Maria di Gesù, per la strage di Capaci dopo 20 anni abbiamo scoperto responsabilità rimaste in ombra che avevano alimentato dubbi sulla provenienza dell'esplosivo militare come è il tritolo. Abbiamo illuminato percorsi bui - ha concluso - anche se abbiamo tutto l'interesse a capire se ci sono altri elementi su cui fare luce”.

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