La storia dimenticata di Vincenzo Guercio: "Ucciso per le sue confidenze sul delitto Scaglione"

La vicenda rimasta misteriosa emerge dagli atti appena desecretati dalla Commissione antimafia. L'uomo era titolare di un bar in piazza Verdi e sparì il 10 luglio del 1971. Poche ore dopo l'omicidio del procuratore aveva riferito ai carabinieri di aver visto in città la sera prima il boss Gerlando Alberti

Vincenzo Guercio

Dopo aver pranzato con la moglie e i figli, uscì da casa diretto come al solito nel suo bar, il "Massimo", che si trovava in piazza Verdi ed era annesso a un cinema, dove però non arrivò mai: era il 10 luglio del 1971 e da allora la sparizione di Vincenzo Guercio è rimasta un mistero. La sua auto, una "Giulia", fu ritrovata all'alba del giorno dopo in corso Calatafimi, non lontano dalla sua abitazione, con i finestrini aperti e le chiavi appese al quadro. Quella dell'imprenditore è una delle storie completamente dimenticate, ma cruciali, che riaffiorano dagli atti del 1971 appena desecretati dalla Commissione parlamentare antimafia, guidata da Nicola Morra. Le indagini sul delitto - che, come venne evidenziato già all'epoca, ha molte analogie con la scomparsa del giornalista de "L'Ora", Mauro De Mauro, avvenuta solo pochi mesi prima, il 16 settembre del 1970 - sono contenute nel rapporto giudiziario del 15 luglio 1971, firmato tra gli altri dal capo della squadra mobile Boris Giuliano e dall'allora capitano Giuseppe Russo, entrambi eliminati negli anni successivi da Cosa nostra.

Guercio, che "conosceva l'ambiente mafioso palermitano" e "specie in questi ultimi tempi" era "uso effettuare viaggi a Napoli e Milano", come scrivevano gli investigatori all'epoca, avrebbe pagato con la vita proprio qualche confidenza di troppo fatta a Russo, che guidava il nucleo investigativo dei carabinieri. Il 5 maggio di quello stesso anno, infatti, a poche ore dall'uccisione del procuratore della Repubblica Pietro Scaglione, eliminato col suo autista Antonio Lorusso in via Cipressi, il titolare del bar si sarebbe lasciato scappare che "ieri sera in Palermo ho visto u paccarè", cioè il mafioso Gerlando Alberti, "lasciando intendere in modo evidente - si legge nel rapporto - che egli associava i due fatti". E fu proprio questa la pista seguita poi dagli inquirenti per l'omicidio di Scaglione. Guercio, dunque, avrebbe fatto lo "sbirro" e per questo sarebbe stato punito dallo stesso "Alberti e dai suoi affiliati, non senza lo 'sta bene' delle più alte gerarchie mafiose interessate ad evitare ogni propalazione sull'omicidio Scaglione, che avrebbe potuto far affiorare le loro responsabilità quali mandanti", come si ipotizza nel documento desecretato.

Il bar di Guercio si trovava peraltro a poca distanza dalla caserma "Carini" dei carabinieri, coi quali avrebbe avuto dunque contatti, ma contestualmente, come viene fuori sempre dal rapporto del 1971, la vittima avrebbe avuto "conoscenze con elementi di 'prestigio mafioso e delinquenziale', che avrebbe frequentato anche durante i suoi viaggi: Alberti in quel periodo viveva per esempio stabilmente a Milano. Guercio viene dipinto come "molto attaccato alla moglie e ai figli" e dotato di "un certo esibizionismo", "ansioso di benessere economico, anche a costo di trattare affari illeciti (specie in materia di contrabbando), ma sostanzialmente incapace di condurne a buon fine", un "elemento di buon carattere" che "non disdegnava di assumere un certo atteggiamento da 'persona intesa' che però nessuno prendeva sul serio", "cauto ed elusivo".

Il 10 luglio del 1971, l'imprenditore rifiutò l'invito a pranzo di un amico e decise di tornare a casa, in corso Calatafimi. Intorno alle 14.30, come riferì poi sua moglie, era uscito per raggiungere il bar, dove però non si era mai presentato, neppure - come faceva sempre - all'orario di chiusura, intorno all'1.30, in concomitanza con la fine dell'ultima proiezione del cinema annesso al locale. Nella notte proprio il capitano Russo aveva avviato le ricerche, finché alle 5.30 non era stata ritrovata l'auto della vittima, vuota e aperta in corso Calatafimi. Rapidamente, gli investigatori si resero conto che "non poteva non formularsi ipotesi delittuosa mafiosa in relazione alla sua scomparsa".

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Come si legge ancora nel rapporto, il sequestro dell'uomo avrebbe avuto una finalità ben precisa: "I responsabili hanno avvertito la necessità di averne la disponibilità fisica per conoscere la natura e l'entità delle notizie in suo possesso e di quelle eventualmente riferite agli inquirenti". Interrogato, dunque, e poi eliminato, questa sarebbe stata la fine di Guercio. Sulla quale, ancora oggi, a quasi mezzo secolo dai fatti, non è stata fatta completa chiarezza. Esattamente come per quelle di De Mauro e dello stesso Scaglione. 

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