Pizzo, buttafuori e summit: un nuovo pentito svela i segreti del clan di Porta Nuova

Alfredo Geraci, 41 anni, gravemente malato e padre di tre figli ha deciso di voltare le spalle a Cosa nostra e di collaborare con la giustizia: "Mi occupavo di estorsioni e organizzavo appuntamenti per conto del boss Alessandro D'Ambrogio..."

Il neopentito Alfredo Geraci si occupava del pizzo anche a Ballarò

E' affetto da una grave malattia, ha tre figli e ha deciso che è venuto il momento di vuotare il sacco e di prendere le distanze da Cosa nostra: Alfredo Geraci, 41 anni, che per conto del boss di Porta Nuova Alessandro D'Ambrogio (condannato in via definitiva a 19 anni e 8 mesi proprio in questi giorni) raccoglieva il pizzo tra Ballarò, Vucciria, Kalsa e Capo, da qualche settimana - assistito dall'avvocato Gloria Lupo - ha deciso di collaborare con la giustizia e sta svelando i segreti del clan. Due dei suoi verbali sono stati depositati in altrettanti processi: il primo in uno stralcio di "Panta Rei" e l'altro, stamattina, in quello sul troncone in abbreviato sui presunta gestione mafiosa di buttafuori abusivi nei locali della città e della provincia. Un settore di cui si sarebbero occupati prima D'Ambrogio e poi Massimo Mulè.

Nel verbale del 15 ottobre scorso, in cui il neopentito risponde alle domande dei sostituti procuratori Amelia Luise e Luisa Bettiol, Geraci racconta anche di aver organizzato dei summit per conto di D'Ambrogio. Ad uno di essi avrebbe partecipato anche il rampollo della famiglia dell'Acquasanta, Vito Galatolo, oggi pentito pure lui. E, secondo gli inquirenti, proprio sulla scorta delle dichiarazioni già rese da Galatolo, l'incontro di cui parla Geraci potrebbe anche essere quello in cui sarebbe stato progettato l'attentato contro il pm Nino Di Matteo, attualmente al Csm. Un'inchiesta archiviata da tempo anche perché - nonostante le complesse ricerche compiute per mesi - il tritolo che i boss avrebbero comprato con una colletta (alla quale avrebbe partecipato anche il latitante Matteo Messina Denaro) non è mai stato ritrovato.

 "Mi occupavo di estorsioni..."

"Mi occupavo di estorsioni e di dare autorizzazioni e decidere il luogo dove mettere le varie bancarelle delle sigarette di Palermo Centro ossia Capo, Kalsa, Vucciria e Ballarò. Mi aveva incaricato di queste mansioni Alessandro D'Ambrogio. Sto parlando del 2012". Si apre così il verbale di Geraci, che poi prosegue: "Ricordo i locali a cui chiedevo il pizzo, tra cui un bar di via Lincoln che pagava 200 euro al mese, un negozio di biciclette da cui riscuotevo 250 euro mensili. Il libro mastro l'hanno trovato a Salvatore Gioè, Salvatore Mulè, Tommaso Lo Presti e Giuseppe Di Maio, durante un controllo di polizia in via Libertà. Io e Di Maio ci dividevamo i locali e negozi da cui riscuotere il pizzo".

Il summit nella casa dell'Albergheria

"Oltre alle estorsioni - precisa il neocollaboratore di giustizia - mi occupavo di organizzare appuntamenti con altri esponenti mafiosi per conto di D'Ambrogio. C'erano dei malumori con riguardo al mandamento di Resuttana perché si diceva che Giuseppe Fricano non fosse all'altezza dell'incarico ricoperto, non riuscendo a raccogliere denaro per i carcerati e non mandandone abbastanza a Vito Galatolo, all'epoca al soggiorno obbligato a Venezia". E specifica: "Mi ricordo di un appuntamento che mi è rimasto un pochettino impresso. Un giorno, mi ha chiamato Alessandro D'Ambrogio per dirmi che aveva bisogno di un locale dove fare una riunione. I partecipanti all'incontro erano Vito Galatolo che scendeva da Venezia, Tonino Lipari, Giuseppe Fricano e Tonino Lauricella. Io ho dato a disposizione la casa della sorella di mio suocero, in via Albergheria, lei però era all'oscuro di tutto".

I malumori contro Giuseppe Fricano

Il neocollaboratore di giustiza spiega poi quali sarebbero stati i temi affrontati durante l'incontro: "C'erano dei malumori su Fricano perché si diceva che fosse vicino alle forze dell'ordine a cui aggiustava le auto nella sua autofficina di via Libertà (un dato già emerso con l'operazione "Apocalisse" del 2014, ndr). Dicevano che c'erano i Madonia seccati, che Vito Galatolo era nervoso per questa cosa. Durante l'incontro io sono rimasto giù per aprire il portoncino a chi arrivava. Ricordo che fu Di Maio a prendere Galatolo da vicolo Pipitone per portarlo all'appuntamento. Ho poi saputo che nell'occasione si era svolta la presentazione ufficiale di Tonino Lipari, che era stato fatto uomo d'onore da D'Ambrogio e che in tale veste è stato presentato agli altri vertici".

Geraci aggiunge che "della riunione ho saputo che si è parlato anche del malumore verso Fricano e che Galatolo gli aveva dato un'altra possibilità, di comportarsi meglio e di dare somme maggiori ai detenuti. Questi fatti sono avvenuti tra 2012 e 2013, ricordo che era inverno e che faceva freddo". E ancora: "Dice che Galatolo rivolgendosi a D'Ambrogio, ha detto: 'Io non parlo con la bocca, se c'è da mettiri manu...' e ha fatto il segnale della pistola, 'se c'è da mettere mano nella pistola, io metto mano nella pistola', riferendosi alla questione, se Giuseppe Fricano non si comportava bene". Geraci non fa quindi alcun riferimento al presunto attentato contro Di Matteo e anzi precisa: "Per quanto riguarda questa riunione no, parlano solo di questo fatto, che lui si doveva comportare bene, di Fricano".

"Ai Candelai tutti pagavano il pizzo"

Attualmente Geraci è sotto processo per una tentata estorsione al locale di un romeno ai Candelai "e sono responsabile", ammette, raccontando i contorni della richieste di pizzo. Poi aggiunge che "ero responsabile delle richieste di pizzo ai gestori dei locali di via dei Candelai" e "nella zona tutti pagavano il pizzo, tranne ovviamente il mio locale e se accadeva qualche lite o vi era qualche problema, i gestori dei locali si rivolgevano a me. Io ero chiamato a protezione e sicurezza. Ricordo il caso di Letterio Maranzano originario dello Zen che aveva creato vari disordini nella zona, anche dando schiaffi, non lasciando lavorare i gestori dei locali. Sono andato a trovarlo a casa assieme a un suo cugino e Sandro Diele, responsabile dello Zen, e gli sono stati dati quattro schiaffi".

I buttafuori e Cosa nostra

Sul tema della gestione mafiosa della vigilanza nei locali, oggetto dell'inchiesta "Octopus" dei carabinieri, Geraci ha fornito molti chiarimenti ai pubblici ministeri. Un verbale su questo argomento è stato depositato stamattina nel troncone del processo in abbreviato a carico di Massimo Mulè e di suo cognato Vincenzo Di Grazia, ma non se ne conoscono ancora i contenuti. Secondo il neopentito, però, già ai tempi di D'Ambrogio (e questo era emerso dall'inchiesta Octopus), Cosa nostra si sarebbe occupata del settore.

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