"Il business dei buttafuori nei locali è Cosa nostra: ci pagano 3 mila euro al mese"

Le dichiarazioni del neopentito Alfredo Geraci sulla gestione mafiosa della vigilanza in pub, discoteche e feste di quartiere. Il primo a intuire l'affare sarebbe stato il boss Alessandro D'Ambrogio: "Ha autorizzato Andrea Catalano che poi si è arricchito, ha una collezione di Rolex..."

Il frame di un'intercettazione dell'operazione "Octopus"

Le dichiarazioni del neopentito Alfredo Geraci, che ha fatto parte del clan di Palermo Centro, cascano a pennello per il processo sul presunto giro di buttafuori abusivi e della vigilanza nei locali controllata da Cosa nostra legati all'inchiesta "Octopus": ai pm, infatti, in un verbale del primo ottobre appena depositato, svela tutti i retroscena sul business e spiega che il boss Alessandro D'Ambrogio fu il primo a capire che "c'era odore di soldi" in questo settore. Secondo il collaboratore, da anni verrebbero versati 3 mila euro al mese alla cosca dalla "squadra" di Andrea Catalano, uno dei principali imputati. Geraci parla anche del ruolo di Massimo Mulè nell'affare, ma non riconosce in foto suo cognato, Vincenzo Di Grazia: i due hanno scelto l'abbreviato e sono difesi dagli avvocati Giovanni Castronovo e Marco Clementi.

Il pentito, assistito dall'avvocato Gloria Lupo, risponde alle domande dei sostituti procuratori Giorgia Spiri e Gaspare Spedale e racconta la pesunta ascesa di Catalano, "il mafioso dal colletto bianco" come lo definisce, il fatto che per imporre i suoi servizi di sicurezza ai Candelai, in piazza Magione e gradualmente anche a Sferracavallo, Isola delle Femmine e Casteldaccia, avrebbe creato volutamente risse e disordini nei locali e di come si sarebbe arricchito ("ha una collezione di Rolex e l'ultimo modello di Mercedes").

"Catalano chiese il permesso al boss D'Ambrogio"

"Nel 2012 - spiega Geraci - avevo un locale ai Candelai che si chiamava Don Chisciotte e lì era pieno di locali perché la movida di quel periodo era ai Candelai e c'erano dei buttafuori nei vari locali, ma c'erano sempre delle liti. Un giorno vidi Andrea Catalano avvicinarsi ad Alessandro D'Ambrogio nella carnezzeria di Ballarò, a piazza Carmine, e gli chiese se lui potesse lavorare ai Candelai, nelle zone in cui lui era tra virgolette il padrone, Candelai, Vucciria, via Venezia, piazza Magione e Alessandro gli ha detto: 'Vai, vai, vedi se hanno bisogno di buttafuori, eventualmente ci parliamo noi'. E così è iniziata l'ascesa dei buttafuori. Perché è cominciato con un locale, due, tre... Andrea Catalano, tra virgolette, era diciamo un morto di fame, gli ha detto: 'Vorrei fare il buttafuori'...".

"E' un mafioso dal colletto bianco..."

"Poi - chiarisce il collaboratore - hanno fatto una cosa tesserata, una cosa lecita... Perché praticamente certe discoteche avevano bisogno che ci fosse una regolarizzazione di tessere per loro fare i buttafuori, quindi dovevano aprire una ditta... Su 5 buttafuori uno in nero ci poteva stare, ma 5 dovevano essere tesserati. Gianni Catalano (fratello di Andrea, pure lui imputato, ndr) non poteva essere tesserato perché aveva dei precedenti... Io Andrea Catalano lo chiamo mafioso dal colletto bianco perché lui lavorava grazie alla mafia, faceva guadagnare soldi anche alla mafia, ma non si sporcava le mani, non era in prima linea come eravamo noi. Lavorava come buttafuori, ma non era responsabile, poi secondo me ha capito che c'era odore di soldi e ha chiesto aiuto a Cosa nostra. Perché s'è fatto il conto che tutta Palermo Centro ci sono un sacco di locali poi, tramite le conoscenze di Alessandro... Perché poi è arrivato fino a Sferracavallo, Isola delle Femmine, Casteldaccia... Lui non ha bandiera, lui dove c'è il vento va: se in quel periodo c'è D'Ambrogio, lui va a fare il lecchino da D'Ambrogio; poi c'era Salvo Mulè e faceva il lecchino a Mulè; ora c'è il fratello Massimo Mulè e ci fa il lecchino a Massimo Mulè. Lui non contava niente nel contesto mafioso, solo che aveva la potenza di fare questi soldi sperimentando questa ditta di buttafuori, quindi quando la mafia sente odore di soldi ci si butta a capofitto".

"Gli altri clan erano ignoranti su questa cosa..."

Secondo Geraci, Catalano "andava nei locali, se non ci poteva arrivare, lui aveva carta bianca di fargli fare ad esempio delle liti lì dentro... diceva 'con me non le fanno queste liti, perché mi conoscono'" e in cambio "a D'Ambrogio lui faceva dei regali per i carcerati, era la gratitudine, però D'Ambrogio non pretendeva dei soldi, è stato nel 2014 che si è formalizzata la cosa". E precisa "i vari mandamenti erano ignoranti su questa cosa, non capivano il dietro, il giro di soldi che c'era" e quindi il clan del pentito avrebbe fatto la parte del leone.

"Così ci è venuta l'idea dei buttafuori"

Geraci spiega poi che "Catalano lavorava al Moro, al Forsan dei Candelai, al Marabù in via Venezia, poi si è spostato in piazza Magione, al Foxhound... Qui l'ho fatto lavorare io perché questi locali facevano parte della mia zona. La padrona del Moro era la cognata di Giuseppe Fricano che era vicino ad Alessandro D'Ambrogio e capomandamento di Resuttana". Chiarisce anche da dove sarebbe nata l'intuizione dei buttafuori: "Ai Candelai, prima che io prendessi il locale, c'erano dei ragazzi dello Zen che facevano sempre casino, rompevano tutto, litigavano. Io sapevo chi erano questi, quindi abbiamo cercato di aggiustare la situazione, che se venivano lì o si comportavano bene o direttamente di là non uscivano più... Avevamo fatto degli appuntamenti, con Sandro Diele dello Zen... C'era questo Litterio Maranzano scendeva con una squadra ai Candelai e faceva casini, si litigava con chiunque, ad esempio dieci su uno... E allora si decise, pensiamo: 'Buttafuori? Pendiamo...'. Poi sono andato al Foxhound e gli ho detto: 'Ma lo vedi che questi buttafuori che hai accanto fannu nienti? C'è una squadra, prenditi questa squadra che appartengono a noi' e il titolare ha fatto andare via questi buttafuori ed è subentrata la squadra di Andrea Catalano... E il titolare sapeva che c'era mafia, perché lui pagava pure! Mi pagava a me! Mi dava 250 euro al mese".

La sicurezza anche per le feste di piazza

Nella squadra ci sarebbero stati "Andrea Catalano, Gianni Catalano, vicino a Palermo Centro, ora ha una carnezzeria, una pescheria è vicino a Massimo Mulè, lavorava al Moro in estate, in altri locali non poteva andare perché dovevano essere tesserati... La cosa l'ha inventata Andrea Catalano, poi si è appoggiato il fratello. C'erano due, padre e figlio, li ho conosciuti alla festa di San Michele Arcangelo, perché loro anche tutte le feste di piazza, loro facevano i buttafuori, la sicurezza, quindi c'era un giro di soldi".

"Si è arricchito: ha una collezione di Rolex"

E Andrea Catalano si sarebbe arricchito con la vigilanza nei locali: "Ha la collezione di Rolex - racconta il pentito - si è comprato l'ultimo tipo di Mercedes e gli ho detto: 'Tuttu bonu e biniritto, ti sei fatto bene, e noi stiamo puzzando di fame'". Poi riferisce che "mi allenavo in una palestra della Molara e ho conosciuto uno che era buttafuori e lavorava con Andrea, dice: 'Si è comportato male, un giorno mi fa lavorare, un giorno non mi fa lavorare, stavamo arrivando pure alle mani, lui ha rotto la bottiglia, è un indegno, si fa dare 100 euro e a noi ci fa stare tutta la notte lì e ci dà 50 euro, massimo 60 e gli altri soldi se li mette in tasca'. Quando ho finito di fare palestra, mi stavo facendo la doccia e ho pensato: 'Ma 40 euro, ogni discoteca ci metti 10, 12 buttafuori', quindi ho cominciato ad analizzare tutto e a farmi dei conti nella testa...".

"Passami 3 mila euro al mese"

Geraci prosegue spiegando che sarebbe andato da Salvo Mulè e gli avrebbe riferito dei suoi ragionamenti: "Gli ho detto tutto e poi 'tutti 'sti picciuli runni vanno a finiri? Ni iddu!' e Mulè ha poi imposto ad Andrea di dare 3 mila euro al mese... 'Passami 3 mila euro al mese - avrebbe detto il boss a Catalano, secondo Geraci - e fai tuttu chiddu chi buoi, picchi ti stai arricchiennu, almenu a nuatri runani quacchi cosa pi carcerati... Tannu facivi u regalu a Alessandro D'Ambrogio, a nuatri macari runani quacchi trimila euru'. Poi c'erano delle lamentele, Paolo Lo Iacono diceva: 'Questo mese ha protato 1.500 euro, Andrea vuole scherzare, ora ci livamu tutti i locali'. Comunque portava dei soldi alla famiglia e si metteva a disposizione dei sodali, ad esempio io: 'Andrea, me lo prendi un privé?' e lui mi faceva avere la bottiglia, la frutta per tutti i sodali, non ci faceva pagare, ci dava dei bigliettini per poter bere gratis. Tutti sapevano che Andrea era vicino a noi, alla famiglia di Palermo Centro... Ha preso pure il Jolly Hotel, al Kalhesa ci lavorava pure, facevano i buttafuori lì".

"Pagavano a Cosa nostra, è sicuro!"

Il collaboratore, per rendere bene l'idea, dice con schiettezza ai pm: "Dottore, due sono le cose: o ci sono entrati con le buone o ci sono entrati con le cattive. Era entrato pure al Reloj. Altri non potevano più lavorare perché c'erano loro, Catalano ovunque! In tutti i locali". E poi "posso dire nel 2018 c'era Gianni Catalano che era vicino a Massimo Mulè... Loro avevano già tutto nelle mani, avevano le feste, le discoteche, i pub, tutto loro... Catalano passava i soldi a Massimo Mulè e lui gli chiedeva qualche cortesia: 'Devo fare qualche appuntamento...' e lui gli faceva aprire il locale... Può lavorare ma deve pagare 3 mila euro al reggente per i carcerati...Che pagavano a Cosa nostra è sicuro perché altrimenti non potevano più lavorare, sicuro al 100 per cento".

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