Le confessioni di un estorsore del Borgo: "Non ne vale la pena, non mi pago neppure la benzina"

Giovanni Zimmardi, fermato ieri con altre 19 persone nel blitz "Resilienza" dei carabinieri, si lamentava per la paga miserabile che gli avrebbe passato il clan: 150 euro a settimana. A volte il pizzo sarebbe stato pagato con paia di scarpe, pranzi in trattoria e carne

Il frame di un'intercettazione dell'operazione "Resilienza"

"Io ci sto rimettendo di tasca, 10 euro al giorno di benzina e sono 70 euro alla settimana, arriva la settimana prendo 150 euro e che hai fatto?". Si lamentava Giovanni Zimmardi perché il suo "lavoro" di estorsore, pagato 150 euro a settimana, non gli avrebbe consentito neppure di coprire le spese elementari. Lui che - come emerge dalle intercettazioni dell'operazione "Resilienza" dei carabinieri - sarebbe stato così arrogante e violento con imprenditori e commercianti da taglieggiare, alla fine sarebbe stato consapevole che "il gioco non vale la candela, troppo bordello... I cristiani tutti che si lamentano, tutti che si fanno appoggiare, 'io appartengo', 'a chi appartieni', 'non appartieni a nessuno'... Non vogliono pagare... Ti pare che io non ci penso a quello che sto combinando... Se vado a finire in galera, vedi che sono problemi, chi mi deve campare, quando prendono a me? Magari che io ho rubato il cappelletto, mi 'scricchiano' il culo... io qua dovrei andare a fare il facchino...".

Il pizzo pagato con paia di scarpe e carne

Anche se sarebbe stato pagato poco a Zimmardi, però, non sarebbe certo mancato il lavoro: lunghissima la lista delle estorsioni contestate dal procuratore aggiunto Salvatore De Luca e dai sostituti Amelia Luise e Luisa Bettiol, e tutte compiute in un arco molto ridotto di tempo: non c'era cantiere o attività che al Borgo Vecchio potesse sfuggire alle richieste di Cosa nostra. Che a volte erano però davvero da poveracci. Zimmardi, assieme a Salvatore Guarino e Vincenzo Vullo sarebbero arrivati a farsi consegnare, infatti, un paio di scarpe ciascuno (valore complessivo 205 euro) da un negozio di calzature e a pretendere di mangiare gratis almeno una volta a settimana in una trattoria, mentre Gabriele Ingarao, figlio del boss Nicola Ingarao, ucciso nel 2007, nel 2018 si sarebbe fatto consegnare ripetutamente carne da una macelleria senza mai pagarla.

"La cocaina? Non me la posso permettere"

Zimmardi, che avrebbe chiesto il pizzo a destra e a manca, avrebbe avuto però tali problemi economici da dover riunciare a uno dei suoi "piaceri", la cocaina: "Io ha assai che non ne tocco (cocaina, ndr) - confidava in una conversazione - non me la posso permettere... Dopo questa me ne vado a casa, la doccia, il bicchiere di vino e me la sono scordata... Vedi che mi sono mangiato un baule di soldi, in un mese mi sono mangiato 30 mila euro, mille euro al giorno, sono attummaliato perché logicamente nella testa mia, la cocaina...". Il clan guidato da Angelo Monti gli avrebbe passato 150 euro a settimana, somma che a suo dire gli avrebbe consentito a stento di pagarsi la benzina per andare e venire ogni giorno da Partinico, dove vive: "Io ci sto rimettendo vedi che di tasca, 10 euro al giorno di benzina e sono settanta euro alla settimana, arriva la settimana prendo 150 euro che hai fatto? E il reato? Se ci fossero le cose belle, i presupposti, uno dice 'vabbè dai', tanto caso mai io lascio la famiglia sistemata".

"Al Borgo mangiano con la droga"

Per questo Zimmardi avrebbe cercato di inserirsi in un business molto più remunerativo, quello della droga: "Gli ho detto a Totuccio (Guarino, ndr): 'Uno si prende il fumo, la cocaina, usciamo panetti, cioè annagghiamu', hai capito? Ormai i soldi vanno con questa cosa, al Borgo stanno mangiando con queste cose, avuogghia se mangiano... solo noialtri non stiamo mangiando".

"Il gioco non vale la candela"

Zimmardi sarebbe stato peraltro consapevole dei rischi a cui sarebbe andato incontro facendo l'estorsore: "Io ci sto perdendo, questo non è mestiere mio, il mio mestiere è un'altra cosa, il mio mestiere sono le rapine, io qua mi ci sono infilato perché per emergenza però alla fine tanto rispetto per mio padrino, lo voglio bene, di cuore, è troppo onesto, però non è un articolo che mi interessa...". Lui avrebbe voluto "soldi subito e maledetti". E aggiungeva: "Acchiappo 50 mila euro, 25 tu e 25 io, attummulamu, 3 anni di galera tu e 3 anni di galera io, qua c'è l'associazione, non c'è più niente, 10 anni... Il gioco non vale la candela... troppo bordello... I cristiani tutti che si lamentano... tutti che si fanno appoggiare, 'io appartengo', 'a chi appartieni', 'non appartieni a nessuno'... Non vogliono pagare... Ti pare che io non ci penso a quello che sto combinando... Se vado a finire in galera io, vedi che sono problemi, chi mi deve campare, quando prendono a me... magari che io ho rubato il cappelletto... mi 'scricchiano' il culo... io qua dovrei andare a fare il facchino...".

Il pestaggio e l'allontanamento

La "carriera" di Zimmardi, come spiegano i carabinieri, seppur ben lanciata ad un certo punto avrebbe subito una drastica battuta d'arresto: l'indagato sarebbe andato infatti a chiedere il pizzo all'imprenditore che stava ristrutturando un appartamento riconducibile al capomandamento di Porta Nuova, cioè Gregorio Di Giovanni. Un errore quasi fatale: secondo la Procura Zimmardi sarebbe stato prima picchiato da un cognato di Di Giovanni e poi temporaneamente sospeso. In quella fase, per gli inquirenti gli sarebbe subentrato un altro indagato, Filippo Leto.


 

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