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L'ex manager bagherese Michele Aiello

L'ex manager bagherese Michele Aiello

"Non ho soldi per i processi", i giudici non gli credono: l'ex manager mafioso Aiello verserà 75 mila euro

La Cassazione ha respinto il ricorso del prestanome del boss Bernardo Provenzano che diceva di non avere i mezzi per sostenere le spese di giustizia perché i suoi beni sono stati tutti confiscati. "Ha venduto una casa e ricevuto 90 mila euro, lavora e non paga l'affitto: può sanare il debito con l'Erario"

Ha sostenuto di non avere i mezzi perché tutti i suoi beni sono stati confiscati, invece per la Cassazione Michele Aiello, 67 anni, l'ex manager della sanità condannato per mafia perché prestanome del boss Bernardo Provenzano, i soldi per pagare quasi 75 mila euro di spese processuali li ha eccome. Non solo perché, dopo aver scontato 15 anni in seguito al processo "Talpe alla Dda" (quello che aveva coinvolto anche l'ex presidente della Regione, Totò Cuffaro), è tornato libero e lavora, ma anche perché è riuscito a vendere una casa ereditata dal padre ed "è entrato nella disponibilità di 90 mila euro". La quinta sezione della Suprema Corte, presieduta da Stefano Palla, ha così rigettato il ricorso di Aiello stabilendo che debba versare il dovuto all'Erario e anche 3 mila euro alla Cassa delle ammende.

La decisione ha avuto un percorso giudiziario articolato: ad aprile del 2018 il Magistrato di sorveglianza aveva rigettato una prima opposizione presentata da Aiello contro un provvedimento che disponeva il pagamento delle spese di giustizia. La prima sezione della Cassazione aveva però annullato con rinvio la decisione spiegando che "pur dando atto della regolarità della condotta di Aiello e della indisponibilità a far fronte al pagamento delle spese processuali, per aver costui subito la confisca e l'espropriazione (in corso) dell'intero patrimonio (da parte di un altro creditore) il Magistrato di sorveglianza ha inteso negare il beneficio, assumendo una sorta di carenza di interesse all'attualità non meglio specificata". E "si deve, contrariamente evidenziare che, allo stato, l'intero patrimonio del debitore è vincolato, con la conseguenza che egli non può disporne, né può destinarlo al pagamento del debito di cui chiede la remissione".

La Suprema Corte, quindi, in prima battuta, aveva ritenuto che effettivamente l'ex manager bagherese non avesse i soldi per pagare i 74.584,56 euro dovuti all'Erario. Così la decisione iniziale era stata annullata con rinvio al Magistrato di sorveglianza. Che, tuttavia, aveva ribadito la sua posizione, anche alla luce di "nuove evenienze probatorie processuali acquisite". In particolare, grazie agli accertamenti della Compagnia di Bagheria della guardia di finanza, era emersa la vendita, a novembre del 2018, di un immobile del padre di Aiello, lasciato in eredità a lui e alla sorella, per la somma 180 mila euro "pagati con dei bonifici alla sorella, che però aveva agito anche nella veste di procuratore generale, per conto e nell'interesse del fratello".

Inoltre, "era stato accertato che Aiello percepiva redditi da lavoro dipendente, analogamente alla moglie: egli - si leggeva nel secondo provvedimento del Magistrato di sorveglianza - lavorava part time in una ditta edile, dietro la retribuzione di 250 euro menisili, mentre la coniuge era insegnante in una scuola media, con uno stipendio di circa 1.800 euro. Il nucleo dimorava peraltro in un immobile di proprietà della sorella di Aiello, concesso in comodato d'uso gratuito" e "ne derivava quindi la possibilità di fare fronte al debito anzidetto, in ipotesi anche attraverso pagamenti frazionati".

Adesso la Suprema Corte ha ritenuto legittima la decisione del Magistratro di sorveglianza e inammissibile il ricorso di Aiello. "L'elemento decisivo - recita la sentenza - è che Aiello, debitore della somma di 74.584, 56 euro, ha recentemento venduto (tramite la sorella, che tuttavia ne era procuratrice) un bene al prezzo di 180 mila euro, pervenutogli al 50 per cento a titolo di succesione mortis causa. Deve dunque presumersi che egli fosse entrato nella disponibilità di metà della somma, pari a 90 mila euro". Somma che "potrà essere impiegata per far fronte al debito maturato nei riguardi dell'Erario", concludono i giudici.

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