La mani di Cosa nostra sull'ippodromo, le corse truccate e le "legnate": condannati in 4

Si chiude il troncone in abbreviato del processo nato dall'inchiesta "Corsa nostra" di dicembre 2018. Un quinto imputato, Rosario Profeta, è stato del tutto scagionato. Pene pesanti anche per Domenico Zanca e Sergio Napolitano, entrambi nuovamente arrestati nel maxi blitz di martedì contro il clan dell'Acquasanta

Corse truccate all’ippodromo di Palermo, con minacce e pestaggi per “convincere” i driver a modificare l’esito delle gare. Un affare da decine di migliaia di euro per Cosa nostra, secondo la Procura, che ora ha portato a quattro condanne e un’assoluzione con il rito abbreviato. Due degli imputati davanti al gup Walter Turturici, Domenico Zanca e Sergio Napolitano, figurano peraltro tra gli arrestati del maxiblitz "Mani in pasta" di martedì, in cui un capitolo cospicuo è dedicato proprio alle combine realizzate dal boss dell’Acquasanta Giovanni Ferrante in diversi ippodromi d’Italia.

Il processo che si è concluso è nato dall’operazione "Corsa nostra" dei carabinieri, messa a segno il 12 dicembre del 2018, quando l’ippodromo di viale del Fante era già chiuso da un anno, per via di un’interdittiva antimafia dell’ex prefetto Antonella De Miro contro la società che gestiva l’impianto, l’Ires.

Nello specifico il giudice ha inflitto 9 anni e 4 mesi e 10 giorni a Zanca, 9 anni e 4 mesi a Massimiliano Gibbisi che, per l’accusa, avrebbe gestito la struttura per conto del clan di San Lorenzo, pur essendo di Pagliarelli, 8 anni e 8 mesi la condanna per Salvatore La Gala e 4 anni quella per Napolitano. Del tutto scagionato, invece, Rosario Profeta, per il quale i sostituti procuratori Amelia Luise e Felice De Benedettis avevano chiesto 4 anni di reclusione. Altri 5 imputati sono stati rinviati a giudizio e vengono processati con l’ordinario dal tribunale: si tratta di Giuseppe Corona, Giuseppe Greco, Giovanni La Rosa, Giovanni Niosi e Antonio Porzio.

A svelare il business sulle corse dei cavalli erano stati anche due collaboratori di giustizia, Silvio Guerrera e Manuel Pasta. Il primo aveva raccontato che Cosa nostra avrebbe incassato "10, 15 mila euro al mese" e il secondo aveva aggiunto che a questa cifra andavano poi sommate tutte quelle ricavate con varie vincite: "20, 25 mila euro" con le gare mattutine, "400 mila euro con una sola tris" e "80 mila euro con un investimento di 24 mila". Pasta aveva anche parlato di una vincita da "18 mila euro" del boss (poi pentito) Maurizio Spataro, così felice per l’incasso che avrebbe regalato "un paio di Tod’s a ognuno di noi".

Guerrera aveva poi raccontato anche delle minacce e della violenza utilizzate per piegare i driver e truccare gli esiti delle corse: "Giuseppe Corona diede legnate a un guidatore perché gli fece perdere 40 mila euro… Dice che il fantino (driver ndr) a lato, che si era preso pure 500 euro, non ha saputo frenare il cavallo… L’indomani Giuseppe era un animale, se ne andò all’ippodromo, entrò dentro la scuderia, gli diede due schiaffoni e il fantino (driver ndr) andò a finire dentro a una mangiatoia dei cavalli e il cavallo se lo stava mangiando".

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Sin dagli anni ‘80 diversi collaboratori di giustizia avevano parlato degli interessi dei boss all’ippodromo. Solo in tempi molto recenti, però, si è giunti ad una serie di inchieste sul tema. "Talea", del dicembre 2017, è quella che - pur riferendosi a fatti risalenti al massimo all’aprile 2014 - aveva portato l’ex prefetto a far scattare l’interdittiva contro l’Ires e alla conseguente chiusura dell’impianto (tuttora paralizzato e con oltre 500 persone che di fatto hanno perso il loro lavoro). Nessuno degli appartenenti alla società è però mai finito sotto inchiesta, né finora sono mai emerse intercettazioni con un coinvolgimento diretto dell’Ires negli imbrogli. Anzi, proprio il presidente dell’azienda, Giovanni Cascio, a febbraio del 2017, aveva lanciato l’allarme sulle pressioni della criminalità mafiosa e non nell’impianto, facendo anche bloccare alcune gare per il sospetto di combine. 

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