La truffa dei finti incidenti organizzata da boss e spaccaossa: chiesti oltre 130 anni di carcere

La Procura invoca 20 anni a testa per i fratelli Stefano e Michele Marino del clan di Brancaccio. Tra gli imputati anche un ex poliziotto, Vincenzo Di Blasi, che sarebbe stato la loro "talpa". Altri hanno scelto l'ordinario e sono stati rinviati a giudizio

Il frame di un'intercettazione

La Procura chiede più di un secolo di carcere - circa 130 anni - per boss e spaccaossa che avrebbero lucrato non solo sui finti incidenti con vittime disposte a farsi rompere braccia e gambe, truffando le assicurazioni, ma anche sulla droga. Tra gli imputati figurano i mafiosi di Brancaccio Stefano e Michele Marino, ma anche un ex poliziotto, Vincenzo Di Blasi, che sarebbe stato la loro "talpa" e avrebbe fornito loro informazioni su indagini in corso. Altri tre imputati sono stati invece rinviati a giudizio dal gup Emerlinda Marfia e per loro il processo inizierà a gennaio.

Le pene invocate dal procuratore aggiunto Salvatore De Luca e dai sostituti Daniele Sansone, Alfredo Gagliardi e Francesca Mazzocco, che hanno coordinato le indagini della squadra mobile, sono pesantissime nonostante il processo si stia svolgendo con il rito abbreviato. Nello specifico: 20 anni di carcere a testa per i fratelli Marino, 10 anni per Di Blasi, 14 anni e 4 mesi per Ignazio Ficarotta, 15 anni e 4 mesi per Nicolò Giustiniani, 14 anni per Sebastiano Giordano, 9 anni e 4 mesi per Raffaele Costa, per Paolo Rovetto 8 anni e 2 mesi, 8 anni per Salvatore Puntaloro, 8 anni per Pietro Di Paola e 10 anni e 8 mesi per Massimiliano Vultaggio.

Hanno scelto invece il dibattimento Antonino Chiappara, Jonathan Varrica, detto "Johnny", e Salvatore Mendola, che sono stati rinviati a giudizio: per loro il processo inizierà a gennaio davanti alla terza e alla quarta sezione del tribunale. E' rimasta poi in sospeso la posizione di un altro imputato, Angelo Mangano, che non ha ancora formalmente optato per il rito abbreviato.

Dall'inchiesta era emerso come i boss avrebbero acquistato alcune pratiche seguite dai così detti spaccaossa e, senza sporcarsi le mani per reclutare vittime consenzienti a cui rompere gli arti, avrebbero incassato i premi assicurativi. Ma i fratelli Marino si sarebbero anche occupati di droga, delegando soprattutto il business a Giustiniani. Questi, come era emerso dagli accertamenti, in pochi mesi era riuscito a costruire una villa lussosissima a Ficarazzi pur percependo formalmente solo il reddito di cittadinanza. Un beneficio del quale, peraltro, avrebbero usufruito anche Stefano Marino, Ficarotta, Di Paola e Mangano.

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