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Martedì, 30 Novembre 2021
Cronaca

Mafia, Di Matteo ricorda Falcone: "Tradita la sua eredità morale"

Il sostituto procuratore è intervenuto nell'aula magna del palazzo di giustizia a un incontro sull'attualità dell'esperienza e del pensiero del giudice ucciso da Cosa nostra il 23 maggio 1992

"Oggi l'eredità morale, il sogno, le speranze di Falcone sono stati disattesi e persino traditi. Alcuni colleghi dopo le stragi di Capaci si sono spacciati per amici di Falcone". A parlare è il sostituto procuratore Antonino Di Matteo, intervenendo nell'aula magna del palazzo di giustizia di Palermo a un incontro sull'attualità dell'esperienza e del pensiero di Giovanni Falcone.

"Nel suo rapporto con la magistratura - ha detto Di Matteo - la storia di Giovanni Falcone è quella di un eterno perdente, segnata da pesanti, dolorose e reiterate sconfitte, un tragico paradosso rispetto alla straordinarietà e all'eccellenza di un contributo riconosciuto anche all'estero. La figura di Falcone è stata sbandierata come facile e comoda icona anche da quel sistema di potere che Falcone ha cercato di contrastare".

Di Matteo ha ricostruito, nel corso del suo intervento, la stagione dei "veleni", le lettere anonime del "corvo" e il fallito attentato all'Addaura al giudice ucciso il 23 maggio 1992. "Da quel momento iniziò una strisciante operazione di delegittimazione - ha proseguito Di Matteo - si bloccava l'ascesa di Falcone per normalizzare l'azione della magistratura, per riportare l'azione del pool in un alveo che doveva fermarsi rispetto a certe collusioni politiche e finanziarie. Falcone fu costretto dall'ostracismo dei suoi colleghi a fuggire dalla procura di Palermo".

"Il germe dell'indifferenza nella lotta alla mafia si è insinuato anche nei tessuti più resistenti. Oggi  - ha denunciato Di Matteo - registro anche nella magistratura una sorta di stanchezza e fastidio nei confronti di quelle indagini che mirano a scoprire come la mafia sia ben presente nelle stanze del potere. Questo è un primo pericolo di tradimento del pensiero di Giovanni Falcone".

Di Matteo si è soffermato anche su alcuni "segnali preoccupanti come la ripresa di certe campagne di stampa che vogliono fare apparire la mafia e l'antimafia come se fossero la stessa cosa, come se l'antimafia fosse tutta da buttare via. Oggi persino nella magistratura e nelle forze di polizia sento fare del facile sarcasmo contro la cosiddetta archeologia giudiziaria e continuo a indignarmi, perché certe pagine fondamentali per comprendere dinamiche mafia e del potere non possono mai considerarsi chiuse".

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