Mercoledì, 28 Luglio 2021
Cronaca

Caso Contrada, Cassazione: "Corte europea non ha chiesto revoca condanna"

Rese note le motivazioni con cui la Suprema Corte ha dichiarato "ineseguibile e improduttiva di effetti penali" la sentenza con la quale la Corte di Appello di Palermo aveva condannato l'ex numero due del Sisde a 10 anni. Strasburgo - rilevano gli 'ermellini' - sanziona le violazioni dei diritti e non si occupa dell'acquisizione di prove di innocenza

Bruno Contrada

Sono state rese note le motivazioni della sentenza con la quale la Cassazione ha dichiarato "ineseguibile e improduttiva di effetti penali" la sentenza con la quale la Corte di Appello di Palermo nel 2006 aveva condannato l'ex numero due del Sisde Bruno Contrada a dieci anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa, pena interamente scontata.

Contrada, per anni poliziotto in prima linea contro la mafia a Palermo, venne arrestato con l'accusa di concorso in associazione mafiosa il 24 dicembre del 1992. In primo grado fu condannato a 10 anni, ma la sentenza fu ribaltata in appello e il funzionario venne assolto. Colpo di scena in Cassazione, quando l'assoluzione fu annullata con rinvio e il processo tornò alla corte d'appello di Palermo che, il 25 febbraio del 2006, confermò la condanna a 10 anni. La sentenza divenne definitiva nel 2007. Contrada, che aveva subito una lunga custodia cautelare in carcere, tornò in cella. Due anni fa, però, la Corte Europea dei diritti dell'Uomo (Cedu) condannò l'Italia a risarcire il poliziotto, nel frattempo sospeso anche dalla pensione, ritenendo che Contrada non dovesse essere né processato né condannato perché all'epoca dei fatti a lui contestati il reato di concorso in associazione mafiosa non era "chiaro, né prevedibile".

Le motivazioni circoscrivono e limitano la portata della decisione Cedu dichiarandola immediatamente applicabile (un "obbligo" per i giudici italiani), ma "inefficace" ai fini della revoca del giudizio di colpevolezza di un imputato. Nel verdetto, la Cassazione spiega che quando la Corte di Strasburgo accerta la violazione di diritti durante un processo, lo Stato che viene condannato - in questo caso l'Italia - deve applicare subito la decisione della Corte Cedu e il rimedio che ha l'imputato è il ricorso all'incidente di esecuzione davanti al giudice che si occupa dell'esecuzione della pena. La strada della revisione del processo (pure percorsa da Contrada) non porta risultati perché Strasburgo - rilevano gli 'ermellini' - sanziona le violazioni dei diritti e non si occupa dell'acquisizione di prove di innocenza.

Nel caso di Bruno Contrada "non vi è - si legge - in effetti alcuno spazio per revocare il giudicato di condanna presupposto, la cui eliminazione non è richiesta, nè direttamente nè indirettamente, dalla Corte europea dei diritti umani, come è desumibile, oltre che dall'assenza di riferimenti testuali a una tale possibilità, dalle statuizioni relative al rigetto della domanda di equa soddisfazione". 

"Nel caso di Contrada, la Corte di Strasburgo - ricordano i supremi giudici - ha stabilito che l'ex poliziotto accusato di aver fatto favori a Cosa Nostra avvertendo i boss di retate e appostamenti è stato imputato di un reato la cui 'evoluzione giurisprudenziale iniziata verso la fine degli anni ottanta e consolidatasi nel 1994 con la sentenza 'Dimitry' della Cassazione' e questo non ha consentito a Contrada di avere 'sufficientemente chiaro e prevedibile' il reato di concorso esterno dato che i fatti commessi vanno dal 1979 al 1988".

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