Venerdì, 30 Luglio 2021
Cronaca

Il voto per alzata di mano: così la cosca sceglieva il proprio capo

Nel settembre 2015, all'interno di un ristorante, l'organizzazione scelse Giuseppe Greco. E' uno dei retroscena emersi dall'operazione dei carabinieri "Falco" che ha portato all'arresto di 27 tra soldati e boss della famiglia di Santa Maria di Gesù

Una delle conversazioni intercettate in ambientale

Più che un vero e proprio appuntamento elettorale si sarebbe trattato di una riunione per ratificare la volontà di Cosa Nostra. Era il 10 settembre 2015 quando dodici uomini d’onore, come non avveniva ormai da tempo, si riunirono in un ristorante palermitano scegliere il boss e votare “ad alzata di mano….per vedere l’amico”. In quell’occasione fu confermato Giuseppe Greco nel ruolo di reggente, mentre Natale Giuseppe Gambino e Gaetano Messina divennero rispettivamente sottocapo e consigliere. A quell’incontro partecipò anche Salvatore Profeta, tornato più forte che mai alla Guadagna (dopo la morte del boss Giuseppe Calascibetta) ma arrestato due mesi dopo con l’operazione Stirpe. Il retroscena che è emerso dall’operazione Falco, guidata dal Ros con oltre 200 carabinieri e coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia, sarebbe un inedito investigativo.

Pizzo, risse e spedizioni punitive: le intercettazioni

Lo ha definito così Lucio Arcidiacono, comandante del reparto Anticrimine dei carabinieri di Palermo che poi ha aggiunto: “Le risultanze investigative hanno permesso di ricostruire in maniera completa i ruoli ricoperti da ognuno dei soggetti indagati, di fotografare il processo di riorganizzazione e il rigido rispetto delle regole”. Il blitz di oggi può considerarsi quindi un seguito delle operazioni Torre dei Diavoli, Brasca e Bingo Family, che negli scorsi anni avevano messo in luce le dinamiche interne alla famiglia di Santa Maria di Gesù. “Una delle più pericolose - ha spiegato il vicecomandante del Ros Giancarlo Scafuri - e più attive. Con gli arresti di oggi abbiamo disarticolato una componente mafiosa della quale facevano parte nomi storici, come quelli di Profeta, Greco e Vernengo”.

I nomi degli arrestati

Le attività alle quali si dedicava la “famiglia” erano sempre le stesse: imporre il pizzo, con cadenza mensile o trimestrale, per controllare il territorio, gestire l’approvvigionamento e l’organizzazione delle piazze di spaccio e garantire assistenza economica ai detenuti e alle loro famiglie. Proprio le estorsioni non mancavano mai e alcuni imprenditori non esitavano a rivolgersi alla “famiglia” per risolvere i propri problemi o sbaragliare la concorrenza. “Il riconoscimento esterno dell’associazione - scrive il gip che ha disposto le misure cautelari - è stato espresso anche da imprenditori che, in linea con la ricostruzione giurisprudenziale della figura dell’imprenditore colluso, hanno fatto ricorso agli indagati al fine di ottenere la commissione di lavori presso terzi”. Ma nessuno, diversamente da quanto registrato con l’operazione antimafia al Borgo, ha deciso di collaborare. 

D’altro canto l’uso della violenza come mezzo di espressione della forza era una costante. E con questa inchiesta, infatti, i carabinieri sono riusciti a ricostruire vari episodi. In un caso è stato documentato il pestaggio ai danni di una vittima, non ancora identificata, a cui avrebbero partecipato Lorenzo Tinnirello, Antonino Profeta e Francesco Pedalino. Ad un’altra violenta rissa, avvenuta nel novembre 2015 davanti a “Voglia di pizza” in via Chiavettieri e immortalata da un passante con il cellulare, hanno partecipato altri quattro indagati: Gabriele Pedalino, Giuseppe Tinnirello, Lorenzo Scarantino e Antonio La Mattina. Un "raptus" che, però, non risulterebb legato a vicende estorsive. Alcuni degli indagati sono stati intercettati mentre commentavano il video pubblicato su tutti i quotidiani: “Turì ti sei visto…con giubbotto rosso. Guarda dove sei tu…indegno.Talè ma che aveva Nino…ma che minchia…era posseduto”.

"U Ninò era posseduto", la rissa dei Chiavettieri commentata

Altre cimici hanno registrato il pieno coinvolgimento di alcuni degli indagati nell’omicidio di Salvatore Sciacchitano, meglio conosciuto come Mirko, avvenuto nell’ottobre 2015. La “famiglia”, con l’obiettivo di punire un’iniziativa intrapresa da lui senza alcuna autorizzazione e lanciare un segnale, lo aveva condannato a morte per aver accompagnato poche ore prima Francesco Urso per la spedizione punitiva nei confronti di Luigi Cona, legato proprio a Santa Maria di Gesù. In fondo, come diceva uno dei boss, “Quando parliamo di Cosa nostra, parliamo di Cosa nostra! Quando dobbiamo babbiare, babbiamo”.

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