L'ultimo sfogo di Lidia Vivoli: "Io senza lavoro, lo Stato mi ha lasciato sola"

L'incubo della bagherese - picchiata dal suo ex compagno - non è finito: l'idea è quella di andare via dall'Italia. La 46enne, madre di due figli, usa Facebook per lanciare le sue accuse: "Vivo in un luogo dove la gente fa promesse che non mantiene"

Sei anni dopo il tentativo del compagno di ucciderla, la bagherese Lidia Vivoli, denuncia un altro colpevole: "Lo Stato mi ha lasciato sola". Lidia si sfoga con un lungo post su Facebook, accompagnato dalle foto di quella aggressione che le ha cambiato per sempre la vita: "Vorrei vivere in un luogo in cui lo Stato protegge i suoi cittadini e le sue donne. Invece no!!! Vivo in un luogo dove la gente fa promesse che non mantiene".

Lidia, 46 anni, dopo aver denunciato le violenze subite quel terribile 24 giugno del 2012 ha perso il lavoro e non ne ha ancora trovato un altro: "Ci sono leggi regionali che agevolano le aziende che assumono i disoccupati, ci sono leggi nazionali che agevolano le aziende che assomono donne vittime di violenza. Ora continuate a prendere scuse e a offrirmi lavori senza compenso". Sono parole piene di rabbia e disperazione, gli stessi sentimenti che potrebbero portarla a lasciare la Sicilia.

"Se qualcuno volesse davvero aiutarmi - continua la bagherese - ho la necessità di far adottare i cani randagi salvati dalla strada, che vivono con noi. Sarebbe utile, solo così potrei fuggire dalla Sicilia, cercare un lavoro e poter dare un futuro ai miei figli. Anche un lavoro sarebbe di aiuto". Le immagini a corredo delle sue parole sono molto forti: mostrano i lividi un po' ovunque, i tagli nella schiena e in testa e i segni delle pugnalate sul collo. "Me le ha fatte - scrive - mio padre. Dovevano rimanere private ma, visto che si continuano a mostrate, al telegiornale, le foto delle donne uccise che sorridono insieme ai loro carnefici, ho deciso di renderle pubbliche. Io ho fatto una scelta forte e provocatoria, anche con un po' di vergogna, ma ho capito la necessità di dare una immagine reale della violenza: mettere a disposizione di tutti il mio corpo martoriato, la mia espressione sconvolta devono servire da monito. Criticare e giudicare una vittima non serve a nulla".

Lidia ripercorre con la mente il giorno più brutto della sua vita: "Il 24 giugno 2012, a quest'ora, ero ancora una donna ignara di ciò che stava per accedere... avevo trascorso una giornata deliziosa: di mattina, insieme a mia sorella Vania e a colui che era il mio compagno, eravamo andati al Santuario della Madonna nera di Tindari, luogo in cui 'lui' mi aveva giurato amore eterno, mi aveva promesso di non usare più violenza nei miei confronti anzi aveva giurato che si sarebbe preso cura di me per sempre. Peccato che all'1 e 45, avrebbe cercato di uccidermi". Per fortuna non ci è riusvito ma l'incubo di Lidia non è mai finito. 

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