Irregolarità nell'appalto per la ristrutturazione dell'ospedale Albanese, assolti 2 dirigenti Asp

Ribaltato in appello il verdetto per Placido Bellavista ed Antonino Amato che in primo grado erano stati entrambi condannati. Al centro del processo i lavori da 490 mila euro affidati nel 2010 ad una ditta di Padova, ma secondo la Procura poi subappaltati in violazione delle norme ad alcune aziende di Partinico

Nessun abuso d’ufficio e nessuna violazione delle norme per l’affidamento degli appalti. Cadono in appello le accuse formulate dalla Procura a carico di due dirigenti dell’Asp, Placido Bellavista ed Antonino Amato, in relazione ai lavori da 490 mila euro per la ristrutturazione e la manutenzione dell’ospedale Enrico Albanese, eseguiti nel 2010. In primo grado i due erano stati rispettivamente condannati a 2 anni e 3 mesi e a 2 anni e mezzo, ma adesso i giudici della prima sezione della Corte d’Appello hanno ribaltato il verdetto.

L’inchiesta era partita sulla scorta di un esposto anonimo nel 2013. Secondo l’autore, vi sarebbero state delle irregolarità nella gestione dell’appalto per gli interventi nella struttura sanitaria di via Papa Sergio. Erano stati così iscritti nel registro degli indagati Bellavista, in quanto direttore dei lavori, e Amato, che all’epoca era responsabile unico del procedimento.

Secondo l'accusa, l’appalto che era stato inizialmente affidato ad una ditta padovana, ma poi, di fatto i lavori sarebbero stati eseguiti in subappalto - e in violazione delle norme - da tre aziende e da una cooperativa di Partinico. La terza sezione del tribunale, nell’autunno del 2017, aveva ritenuto che i due imputati avessero effettivamente compiuto delle irregolarità e li aveva quindi condannati.

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Adesso, però, il collegio d'appello presieduto da Adriana Piras (relatore Mario Conte) ha invece accolto le tesi della difesa, rappresentata dall’avvocato Alfonso Sorge per Bellavista e dall’avvocato Antonino Agnello per Amato. Secondo il primo, l’intervento dell’imputato avrebbe consentito all’azienda sanitaria di risparmiare circa il 50 per cento sull’importo complessivo dei lavori ed il tutto sarebbe avvenuto solo a giovamento delle casse pubbliche. Il secondo ha invece sostenuto che da Rup, proprio per la funzione ricoperta, Amato non avrebbe potuto compiere alcun abuso d’ufficio. I giudici hanno deciso di assolvere Bellavista con la formula “perché il fatto non costituisce reato” e Amato “per non aver commesso il fatto”.
 

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