Falsomiele, tre strade cambiano nome: intitolate a sindacalisti uccisi dalla mafia

Via della Capinera diventa via Girolamo Scaccia. Largo dei Fagiani dedicato a Giovanni Castiglione e via dell’Allodola a Giuseppe Maniaci. Il segretario generale Cgil Palermo, Enzo Campo: “Proseguiamo il nostro percorso della memoria"

Via della Capinera

Altre tre vie dei diritti saranno intitolate a sindacalisti uccisi dalla mafia. Martedì prossimo, il Comune e la Cgil, alle 9, inaugureranno via Girolamo Scaccia (ex via della Capinera) e Largo dei Fagiani sarà dedicato a Giovanni Castiglione, entrambi furono assassinati barbaramente durante una riunione della Camera del Lavoro ad Alia il 22 settembre del 1946. A seguire, a cambiare nome sarà via dell’Allodola che diventerà via Giuseppe Maniaci, segretario Confederazione Federterra di Terrasini, ucciso il 22 ottobre 1947.

“Proseguiamo il nostro percorso della memoria - dichiara il segretario generale Cgil Palermo Enzo Campo – con l’intitolazione di altre tre strade del quartiere operaio di Bonagia a tre esponenti che si posero a capo di quel movimento fatto da dirigenti sindacali, braccianti, contadini, donne che lottarono per la conquista del lavoro,  per l’affermazione dei diritti e della democrazia  e trovarono la morte. Spesso si tratta di nomi coperti dall’oblio, ai quali la Cgil Palermo vuole restituire dignità ricordandoli assieme alle amministrazioni comunali e ai loro familiari, per recuperare la memoria del movimento sindacale in cui militarono e condividere una storia di valori, battaglie e conquiste da trasmettere alle giovani generazioni”. 

“Con le vie che intitoleremo a Castiglione, Scaccia e Maniaci ricordiamo tre martiri sconosciuti, i cui nomi sono rimasti coperti da un silenzio assordante, durato oltre 70 anni – aggiunge Dino Paternostro, responsabile Legalità Cgil Palermo - Non sono mai stati ricordati prima, eppure rappresentano i ‘senza storia che fanno la storia’. Rappresentano le migliaia di lavoratori e le centinaia di dirigenti sindacali che non inseguivano visibilità e successo ma partecipavano e promuovevano lotte di massa per conquistare lavoro, dignità, diritti e libertà”.

Giovanni Castiglione e Girolamo Scaccia

Il 22 settembre del 1946 era in corso una riunione di contadini nella casa a piano terra del segretario della Camera del Lavoro di Alia, Giuseppe Maggio. Scopo dell’incontro era  discutere sulla possibilità di occupare i feudi Rigiura e Vaccotto, nelle mani dei gabelloti mafiosi, per assegnarli  alle cooperative di contadini, in attuazione dei decreti “Gullo”. All'improvviso,  ignoti lanciarono una bomba a mano all’interno della casa. I contadini Girolamo Scaccia, bracciante agricolo di Alia, e Giovanni Castiglione, nato a Comitini,  contadino e vice-segretario della lega dei contadini di Alia, morirono sul colpo.  Gioacchino Gioiello, di 19 anni,  e Filippo Ditta, di 29 anni, furono feriti gravemente, mentre altre cinque persone  rimasero ferite lievemente. Il tenente dei carabinieri comunicò che il delitto presumibilmente era stato commesso per odio verso il segretario della Camera del Lavoro.  Sulla strada fu trovata  la cuffia con tutto il congegno di sicurezza automatico di una bomba a mano tipo “Breda”. L’ordigno, spezzati i vetri senza esplodere, era penetrato all’interno colpendo alla schiena Giovanni Castiglione e  uccidendolo all’istante, assieme al suo vicino di destra  Girolamo Scaccia, e ferendo, più o meno gravemente, le altre persone. La strage di Alia fu anticipatrice di quella che si sarebbe consumata il 1° maggio 1947 a Portella della Ginestra.

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Giuseppe Maniaci

Giuseppe Maniaci era segretario della Confederazione Federterra di Terrasini e dirigente del partito comunista. Venne ucciso a colpi di mitra davanti alla sua casa, in contrada Paternella, a Terrasini,  il 25 ottobre del 1947. Aveva 38 anni. Maniaci era contadino, era sposato e aveva un figlioletto di due anni.  Era entrato in contatto con ambienti politici  nel carcere di Porto Longone, dove era stato detenuto per reati comuni e aveva conosciuto i dirigenti comunisti Scoccimarro e Terracini. Il sindacato e le forze di sinistra denunciarono l’ennesimo delitto politico contro un loro esponente. Ma gli investigatori si orientarono subito verso un'altra direzione, la vendetta privata, escludendo il movente politico. I carabinieri scrissero che Maniaci aveva rubato delle olive in un fondo coltivato ad uliveto di  proprietà di un certo Emanuele Badalamenti di Cinisi, che era stato venduto al noto pregiudicato latitante Procopio Di Maggio.  E dissero che aveva rubato olive anche in un altro fondo, distante 500 metri, di proprietà degli eredi Ruffino, affittato a Leonardo Vitale e a suo cognato Giuseppe  Di Maggio, cugino di Procopio. La tesi non si indebolì mai.  E i  tre mafiosi sospettati fortemente del delitto non furono neanche denunciati. La Sezione Istruttoria della Corte di Appello di Palermo, per l’omicidio di Giuseppe Maniaci, procedette contro “ignoti”. E il 7 aprile 1948 dichiarò di «non doversi procedere perché ignoti gli autori del reato». Un altro delitto impunito.

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