Infermiere accusato di violenza sessuale, Corte d’Appello ribalta verdetto e lo assolve

Una storia dai contorni piuttosto imbarazzanti, che risale al 2014. Una donna si sarebbe recata al Giglio di Cefalù per una visita rettale a causa di un problema alle emorroidi: qua avrebbe subìto gli abusi. Poi il processo, la condanna a tre anni e mezzo e il colpo di scena che scagiona l'imputato

Il Giglio di Cefalù

Non solo avrebbe abusato della paziente sottoponendola ad una visita rettale per un problema alle emorroidi, ma - visto che questo tipo di esame non può essere compiuto da un infermiere come lui - avrebbe anche esercitato abusivamente la professione medica, oltre a falsificare i registri del pronto soccorso del San Raffaele Giglio di Cefalù. Accuse decisamente pesanti, quelle a carico di G. S. e che in primo grado gli erano valse una condanna a tre anni e mezzo. Adesso, però, la terza sezione della Corte d’Appello (collegio presieduto da Antonio Napoli), accogliendo le tesi dell’avvocato dell’imputato, Marcello Montalbano, ha ribaltato il verdetto ed ha assolto l’infermiere con formula piena, “perché i fatti non sussistono”.

La presunta vittima, come ha cercato di dimostrare la difesa, sarebbe inattendibile ed il suo racconto sarebbe pieno di incongruenze: ora dovrebbe anche restituire il risarcimento di 5 mila euro che le era stato riconosciuto per i danni in primo grado.

E’ una storia dai contorni piuttosto imbarazzanti, quella al centro del processo. La paziente, nell’autunno del 2014, sarebbe andata al pronto soccorso dell’ospedale di Cefalù ed avrebbe chiesto se fosse possibile farle quella particolare visita.  Un infermiere le avrebbe risposto di no, perché soltanto un medico avrebbe potuto sottoporla a quel tipo di esame. La donna allora avrebbe replicato che appena quattro mesi prima, a giugno, l’infermiere G. S. avrebbe invece fatto senza problemi quel controllo alle emorroidi. A quel punto era stata invitata a mettere per iscritto le sue affermazioni perché le condotte dell’imputato non sarebbero state lecite. Il documento era stato poi inviato alla Procura di Termini Imerese.

G. S. si era così ritrovato accusato di aver violentato la paziente, effettuando una visita che non avrebbe potuto fare, e poi evitando anche di annotarla nel registro del pronto soccorso. In primo grado era stato condannato dal gup di Termini, che lo aveva processato con il rito abbreviato.

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In appello, grazie ad indagini difensive, la sentenza è stata invece ribaltata. L’avvocato ha sostenuto, tra l’altro, che non vi sarebbero stati materialmente i tempi per fare quella visita: la paziente e l’imputato sarebbero stati insieme appena 7 minuti. 
 

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