Travolse e uccise un giovane in via dei Fiori, automobilista condannato: per ora non andrà in cella

La Cassazione ha rigettato il ricorso di Vincenzo Graziano che, il 25 aprile del 2016, si scontrò con Alessandro Bellante e poi fuggì senza soccorrerlo. Fu il primo in caso in cui venne contestato il reato di omicidio stradale. La pena è di 3 anni e mezzo

Alessandro Bellante, ucciso a 23 anni in un incidente stradale

Sognava di fare il croupier e aveva deciso di trasferirsi a Londra, ma quando - nella primavera del 2016 - era tornato a Palermo per una breve vacanza, la sua giovane vita era stata stroncata da un terribile incidente stradale. Quello di Alessandro Bellante, ucciso ad appena 23 anni mentre percorreva col suo scooter via dei Fiori, nella zona di corso Calatafimi, è stato il primo caso a Palermo in cui è stato contestato il reato di omcidio stradale. Adesso per l'automobilista che ne provocò la morte, Vincenzo Graziano, 42 anni, è arrivata la condanna definitiva: tre anni e mezzo, inflitti con il rito abbreviato, e la famiglia della vittima da risarcire in sede civile. L'imputato per ora non andrà però in carcere.

La quarta sezione della Cassazione ha rigettato il ricorso presentato da Graziano, confermando integralmente - come già aveva fatto la Corte d'Appello l'anno scorso - la sentenza di primo grado, emessa il 25 giugno del 2018 dall'allora gup Cesare Vincenti, che aveva deciso di non concedere neppure le attenunanti generiche: come ricostruito dal sostituto procuratore Andrea Fusco, l'automobilista non solo aveva investito il ragazzo con la sua Ford Focus senza assicurazione, con freni e gomme in pessimo stato, ma era pure fuggito dopo l'incidente. Una condotta "caratterizzata dal più profondo disprezzo delle regole - aveva scritto il giudice nelle motivazioni della sentenza - non solo di quelle dettate per la circolazione stradale, ma più in generale di quelle che dovrebbero governare la convivenza civile tout court ed i rapporti umani".

Alessandro Bellante da qualche tempo si era trasferito all'estero, era pieno di sogni e di entusiasmo. Quando era ritornato in città era certamente felice. Il pomeriggio del 25 aprile 2016, dopo che a Palermo aveva piovuto parecchio, il ragazzo con il suo scooter era passato da via dei Fiori. In senso opposto, con "un'andatura zigzagante", senza mantenere la destra, arrivava - ad una velocità di circa 40 chilometri orari - l'auto guidata da Graziano. Come hanno accertato le perizie, ad un certo punto Bellante era caduto da solo dal suo mezzo, quasi certamente a causa di un buca nell'asfalto. L'imputato - che si trovava vicino al centro della carreggiata - frenando, sterzando e controsterzando, era riuscito ad evitare l'impatto con lo scooter. Tuttavia, aveva colpito alla testa col paraurti il giovane che nel frattempo era stato sbalzato a terra dal suo mezzo.

"Ho capito subito che non c'era niente da fare ", aveva poi confessato Graziano che, anziché soccorrere la vittima, era scappato. "Ho messo la prima per paura - aveva aggiunto l'imputato - e sono andato a casa piangendo, dicendo a mio padre e mia madre: 'L'ho ammazzato, l'ho ammazzato'... Lo so che è stata pure colpa mia però darmi tutta la colpa addosso a me, no. Perché c'era una buca, ha sbandato in quella buca...". Graziano era fuggito, ma poi era ritornato per guardare da lontano i rilievi degli investigatori. Dopo quattro giorni l'automobilista si era infine costituito in Procura. Le telecamere della zona in cui era avvenuto l'incidente avevano comunque ripreso immagini importanti e prima o poi le forze dell'ordine sarebbero comunque riuscite a risalire a lui.

La famiglia Bellante non ha mai smesso di chiedere giustizia e adesso, almeno sul fronte penale, l'ha ottenuta. In Cassazione era ricorso l'imputato, sostenendo tra le altre cose che "l'impatto con la moto si sarebbe comunque verificato, perché la caduta del ragazzo era stata determinata dalle buche sull'asfalto", indipendentemente dal modo in cui avrebbe guidato e dalle condizioni in cui era ridotta la sua macchina. Un'ipotesi rigettata dalla Suprema Corte e che il giudice di primo grado aveva stigmatizzato con queste parole: "Mettersi alla guida di un veicolo del tutto inaffidabile, per vetustà e per difetto assoluto di manutenzione significava di per sé costituisce un pericolo per la pubblica incolumità".

L'imputato non è mai stato arrestato, ma adesso la condanna a tre anni e mezzo diventa esecutiva e dovrebbe portarlo in carcere. Il condizionale è d'obbligo perché Graziano, attraverso il suo avvocato, ha la possibilità di chiedere di scontare la pena con delle misure alternative alla reclusione in cella. Sarà poi il tribunale di Sorveglianza a stabilire se accogliere o meno la sua eventuale istanza. 

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