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Domenica, 22 Maggio 2022
Incidenti stradali

Motociclista morto dopo essere scivolato in via Crispi, dopo 14 anni condannato ex dipendente Amia

L'incidente risale al 6 marzo del 2008, quando nella strada era in corso il rifacimento dell'asfalto da parte dell'ex municipalizzata, poi fallita. L'imputato, dirigente del cantiere, non aveva però provveduto a segnalare il pericolo con idonei cartelli. La Cassazione conferma in via definitiva la pena di un anno e mezzo

Se il pericolo fosse stato segnalato e se si fosse imposto l'obbligo di mantenere una velocità inferiore ai 30 chilometri orari, l'incidente in cui perse la vita un motociclista in via Crispi avrebbe potuto essere evitato. Per questo la Cassazione ha deciso di condannare per omicidio colposo D. L., 63 anni, all'epoca dirigente del cantiere dell'Amia per il rifacimento del manto stradale in quella zona, che non aveva provveduto a garantire la sicurezza. Una sentenza definitiva che arriva a ben 14 anni dai fatti.

Il procresso era nato infatti dall'incidente stradale in cui perse la vita A. P. il 6 marzo del 2008. Nel frattempo l'Amia, fallita nel 2013, è stata sostiuita dalla Rap. All'imputato - così come già era stato deciso nel 2020 dalla Corte d'Appello e in precedenza dal tribunale - è stata inflitta una pena (sospesa) di un anno e mezzo.

D. L. 14 anni fa, come ha stabilito la quarta sezione della Suprema Corte, presieduta da Patrizia Piccialli, da "dipendente della società incaricata della manutenzione della strada interessata dall'infortunio" e da "responsabile del cantiere ivi allestito" aveva "il compito precipuo di curare l'installazione dei cartelli di segnalazione del pericolo", in particolare quello che indicasse la "strada sdrucciolevole". E invece non aveva provveduto. Così quando A. P. era arrivato in quel tratto di via Crispi, all'altezza di corso Scinà, dove erano in corso i lavori, aveva perso il controllo della moto, era caduto ed era poi morto sbattendo contro alcuni manufatti in cemento.

La difesa dell'imputato ha contestato la condanna sostenendo, tra l'altro, che la perizia che aveva stabilito la responsabilità del dipendente Amia per l'omicidio colposo non sarebbe stata affidabile, in quanto inizialmente sarebbe stata affidata ad un ingegnere "non specialista della materia" e poi - ma ad oltre 10 anni dai fatti - ad altri periti. Inoltre, la vittima avrebbe percorso la strada ad una velocità di molto superiore a quella stabilita in oltre 57 chilometri orari dagli accertamenti e se fosse stata più prudente, non avrebbe perso il controllo del suo mezzo.

Per la Cassazione i motivi del ricorso sono però tutti infondati. I giudici rimarcano infatti come già in appello si fosse stabilito, sulla scorta di testimonianze e perizie, che "il sinistro si sarebbe potuto evitare se fosse stata approntata un'idonea segnaletica atta ad informare l'utente delle particolari condizioni della strada, imponendo anche il limite di 30 chilometri orari". Questo avrebbe "avvertito del pericolo il motociclista, consentendogli di mantenere il controllo del mezzo sulla strada scarificata e di scongiurare l'evento letale".

L'imputato, scrivono i giudici nella sentenza, da "dipendente della società incaricata della manutenzione della strada interessata dall'infortunio" e da "responsabile del cantiere ivi allestito" aveva "il compito precipuo di curare l'installazione dei cartelli di segnalazione del pericolo". Sottolineando pure che la velocità del motociclista era appena superiore al limite previsto di 50 chilometri orari e "l'individuazione di un eventuale comportamento imprudente in capo alla vittima non avrebbe determinato alcun esonero da responsabilità per l'imputato, dovendosi in tal caso ravvisare nei fatti una concorrente condotta colposa del conducente". Da qui la condanna definitiva.

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