Sabato, 31 Luglio 2021
Cronaca Tribunali-Castellammare

Morti nell'incidente di corso dei Mille, la madre: "Mio figlio al cimitero, ma chi l'ha ucciso è libero"

La rabbia di Rosa Lo Prato, mamma di Gianluca Montesano, deceduto con l'amico Dylan Greco ad agosto 2019, dopo la sentenza con cui un automobilista, Salvatore Novaldi, è stato condannato a 8 anni: "Mio nipote sta crescendo senza un padre". L'imputato sarebbe stato sotto l'effetto di droghe e avrebbe percorso la strada a quasi 100 chilometri orari

Le vittime, Dylan Greco e Gianluca Montesano

"Mio figlio, che oggi avrebbe 28 anni, è al cimitero mentre chi lo ha investito e ucciso è libero". Rosa Lo Prato, la madre di Gianluca Montesano, il giovane morto assieme all'amico Dylan Greco in seguito a un incidente avvenuto in corso dei Mille la sera del 20 agosto del 2019, non si dà pace, nonostante la condanna a otto anni di carcere inflitta due giorni fa all'automobilista che avrebbe provocato lo scontro, Salvatore Novaldi, 32 anni: "Parlo a nome di tutte le mamme - si sfoga con PalermoToday - perché di questi incidenti ne vediamo troppi, non è giusto che chi ha ucciso mio figlio non abbia fatto neanche un giorno di carcere".

Una madre, devastata da un dolore così grande, non può ragionare col codice penale. E' il suo cuore che parla. E la rabbia è tanta. Novaldi, come contestato dal procuratore aggiunto Ennio Petrigni e dal sostituto Giulia Beux, avrebbe percorso corso dei Mille, di notte, a una velocità stimata tra i 93 e i 101 chilometri orari, sarebbe stato sotto l'effetto di cocaina e cannabinoidi e avrebbe avuto anche la patente scaduta. In base alla ricostruzione degli inquirenti, non avrebbe dato la precedenza allo scooter sul quale si trovavano i due amici, un Piaggio Liberty, all'altezza dell'incrocio con via Monsignor Giovanni Bacile. L'impatto, che sarebbe stato frontale, è stato integralmente ripreso da una telecamera di sorveglianza. 

Montesano e Greco, che si conoscevano sin da bambini ed erano cresciuti insieme, erano come fratelli: non ebbero scampo e morirono a poco più di ventiquattro ore di distanza l'uno dall'altro per le gravissime lesioni riportate a causa dell'incidente. Secondo l'accusa, l'imputato avrebbe tagliato loro la strada, andando peraltro ad una velocità elevatissima, non solo nel centro abitato, ma pure in prossimità di diversi incroci.

Il gup Donata Di Sarno che ha condannato l'automobilista ad un pena superiore a quella richiesta dalla Procura (sette anni e quattro mesi) ha riconosciuto una provvisionale di diecimila euro a ciascuno dei parenti delle vittime che si sono costituiti parte civile nel processo (che si è svolto col rito abbreviato), con l'assistenza degli avvocati Bianca Savona, Giuliana Rodi e Paolo Bonafede. In tutto si tratta di 140 mila euro.

"Nulla può ridarmi mio figlio - dice però Rosa Lo Prato - e soprattutto nulla può ridare un padre a mio nipote, che oggi ha 8 anni". Gianluca Montesano, oltre alla moglie, ha lasciato infatti anche un bambino, che sta crescendo senza di lui. "All'inizio - spiega la madre della vittima - abbiamo raccontato al bambino che suo padre era andato a lavorare fuori, ma lui non faceva che chiederci quando sarebbe tornato, perché non veniva e alla fine abbiamo dovuto dirgli la verità...".

Una storia triste che purtroppo somiglia a tante altre. Non a caso qualche anno fa si è deciso di introdurre il reato di omicidio stradale, che prevede pene fino a 12 anni di reclusione, per sanzionare chi provoca incidenti stradali, a maggior ragione se sotto effetto di alcol e droghe o senza neppure prestare soccorso alle vittime. Prima in questi casi veniva contestato l'omicidio colposo, che anche con delle aggravanti, determinava comunque pene molto più basse e quasi mai portava in carcere i responsabili dei sinistri.

Salvatore Novaldi è sempre stato a piede libero, la pena che il giudice gli ha inflitto - anche se con lo sconto di un terzo previsto dal rito - è molto alta. L'imputato andrà in carcere quando eventualmente il verdetto diventerà definitivo. Non si conoscono ancora le motivazioni della sentenza di primo grado, che potrà naturalmente essere impugnata sia in appello che in Cassazione.

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