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Cronaca

Inchiesta Stato-mafia, il giudice sarà Piergiorgio Morosini

Dodici gli imputati, accusati di essersi accordati con i boss per interrompere la stagione delle stragi del '92-'93. Nella lista gli ex ministri dc Calogero Mannino e Nicola Mancino e mafiosi come Riina, Provenzano, Bagarella

Piergiorgio Morosini, 47 anni, originario di Rimini, sarà il giudice dell'udienza preliminare dell'inchiesta sulla trattativa Stato-mafia. Lo ha deciso il vertice dell'ufficio Gip-Gup del tribunale di Palermo, il presidente Cesare Vincenti e l'aggiunto Gioacchino Scaduto, che si sono basati su criteri "tabellari", cioè su automatismi dettati dai turni di servizio di martedì pomeriggio, quando la Procura ha depositato la richiesta di rinvio a giudizio. Dodici gli imputati, accusati di essersi accordati con i boss per interrompere la stagione delle stragi del '92-'93.

Nella lista gli ex ministri dc Calogero Mannino e Nicola Mancino (che risponde solo di falsa testimonianza), politici come il senatore del Pdl Marcello Dell'Utri, carabinieri del Ros (Mario Mori, Antonio Subranni, Giuseppe De Donno), mafiosi come Riina, Provenzano, Bagarella, Nino Cinà e Brusca, oltre a Massimo Ciancimino. Morosini vive a Palermo dai primi anni '90. E' stato giudice della sesta sezione del tribunale e fu nei collegi che assolsero Francesco Musotto e il giudice Corrado Carnevale. E' all'ufficio Gip dal 2005. Morosini è anche segretario nazionale di Magistratura democratica, la corrente del procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia e del pm Lia Sava. Proprio dall'interno di Md sono partiti però pesanti attacchi alle tesi portate avanti dai magistrati palermitani, a proposito del coinvolgimento di alcuni indagati, come l'ex guardasigilli Giovanni Conso (la cui posizione è stralciata). Il Gup Morosini ha sempre tenuto distinti il piano dell'impegno associativo e quello dell'esercizio della giurisdizione. Autore di alcuni libri, come "Il Gotha di Cosa nostra" e il più recente "Attentato alla Giustizia", il giudice riminese ha più volte difeso la possibilità della magistratura di lavorare serenamente in un clima politico spesso ostile, prendendo posizione a favore dei colleghi della Procura, ma senza mai entrare nel merito delle singole indagini.

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